Faifoli sannita, romana, benedettina, celestiniana

Vi ringrazio anzitutto per la vostra numerosa e qualificata presenza, in questa chiesa di S. Maria a Faifoli, in territorio di Montagano. Lo faccio iniziando dall’organizzatore di questa bella manifestazione di fede e di cultura che è stato il Dott. Enzo Ferro.
Vorrei poi intrattenervi sulla storia di questa chiesa e di Faifoli, il cui nome e il cui sito essa ricorda. Lo farò brevemente, diciamo a volo d’aquila, senza però rinunciare ad un’adeguata illustrazione d’insieme. Per una migliore chiarezza espositiva, procederò schematicamente per punti.
Punto primo: La Faifoli sannita. Intanto il nome: Fagifulae. Ce lo ha tramandato Tito Livio (Ab Urbe condita libri, XXIV 20) e Plinio il Vecchio (Naturalis Historia III 12, 117). Significa, come è facile intendere, “città dei piccoli faggi”: fagus, più il suffisso del diminutivo. La sua prima attestazione, presente nel 24° libro della Storia di Roma di Tito Livio, coincide con l’anno 214 a. C., due anni dopo la battaglia di Canne, quando Quinto Fabio Massimo la espugnò, per essere passata dalla parte di Annibale. Allora Fagifulae era un oppidum, cioè un villaggio fortificato del Sannio Pentro e occupava, grosso modo, il territorio a emiciclo, alla destra di questa chiesa.
La stessa sorte di Faifoli toccò allora ad altri sei oppida sannitici: toccò a Compulteria e Telesia (le città caudine di Alvignano e Telese), a Compsa (l’irpina Conza), a Orbitanio (probabilmente la caudina Vitulano), infine a Blanda (non identificata) e ad Ecae (Troia). In queste sette città, Fabio catturò o uccise 25.000 persone. Inoltre 370 disertori vennero inviati a Roma, battuti con le verghe e gettati dalla Rupe Tarpea.

Punto due: La Faifoli romana. Fagifulae, come gli altri importanti oppida sannitici, divenne municipium romano dopo la guerra sociale, nell’87 a. C. Ebbe il compito allora di amministrare la media Valle del Biferno, così come Bovianum lo aveva per l’alta Valle e Larinum per la bassa. Fu iscritta alla tribù Voltinia, una delle 35 tribù in cui era diviso il popolo romano.

A ben leggere la foto aerea che la ritrae (F 162, ST 16°, RL Esacta 1.10.1968) e a ben analizzare i materiali ceramici che vi si trovano, la Faifoli romana non superava i due ettari e mezzo di superficie.

Di essa ci restano numerose lapidi, almeno 7: due integre, tre spezzate, due trascritte, ma irreperibili. Di esse, quattro menzionano altrettanti imperatori, tutti del secondo secolo: Adriano (117-138), Antonino Pio (138-161), Marco Aurelio (161-180), Settimio Severo (193-211). Evidentemente in quel secolo il Municipio di Faifoli raggiunse la maggiore prosperità.
Fra le lapidi predette, soffermiamoci per un attimo sulle due conservate integre e che sono presenti in questa chiesa: quella dell’edile faifolano, Caio Ponzio Prisco (è faifolano, perché manca nell’epigrafe il nome della sua città natale, la cosiddetta origo), e quella dedicata all’imperatore Marco Aurelio.

Nella prima lapide (I sec. a.C. – I sec. d.C.), l’edile di Faifoli afferma di aver costruito col suo denaro un portico in granito davanti alla basilica della sua città. A questo riguardo, dico, in attese di conferme, che la basilica di cui parla Caio Ponzio doveva sorgere alla destra di questa chiesa, e su di essa poi i benedettini costruirono il loro monastero; mentre il portico doveva coincidere con la parte posteriore di questa chiesa, quella sorretta dai pilastri in pietra.

Quanto alla lapide dedicata a Marco Aurelio, vorrei proprio leggervela. Così terminiamo con Roma, non senza però averne prima ascoltato la voce, giunta fin qui a Faifoli.
Imperatori Caesari
divi Antonini fili,
divi Hadriani nepoti,
divi Traiani Partici pro nepoti,
divi Nervae abnepoti
Marco Aurelio Antonino Augusto,
Armeniaco, Parthico Maximo,
Medico, Sarmatico, Germanico,
pontifici maximo,
tribunicia potestate XXXIII (trigesima tertia),
imperatori VI (sexto), consuli III (tertio),
Patri Patriae,
decreto decurionum.
E’ indubbiamente emozionante ascoltare, a Faifoli, la lettura di una lapide onoraria dedicata a Marco Aurelio, che meritò il titolo di optimus et indulgentissimus princeps.
L’epigrafe, come avete sentito, enuncia dapprima la genealogia dell’imperatore fino alla quarta generazione (si tratta comunque di parentele adottive), poi elenca i cinque suoi titoli guadagnati in guerra, infine menziona le magistrature da lui ricoperte al momento dell’incisione dell’epigrafe (179).

La lapide predetta costituiva quasi certamente la base di un monumento dedicato all’imperatore. Lo dimostra l’uso del dativo e non del nominativo, la dedicatio incisa lateralmente (ebbe luogo in uno dei primi otto giorni di dicembre del 179), nonché il grande spessore della lapide: 28 centimetri, contro i 17 della lapide dell’edile.

Ci sarebbe ancora ben altro da dire, ad esempio riguardo al pilastro superstite di un ponte romano di età Antonina, posto sul fiume Biferno fra il territorio di Montagano e quella di Limosano, e purtroppo sino ad oggi ignorato dalla Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali del Molise. Ma dobbiamo fermarci.

Aggiungo solo, per concludere questa sezione, che i Fagifulani, tra le undici regioni in cui era divisa l’Italia augustea, appartenevano alla Regio quarta gentium vel (preposizione rafforzativa e non avversativa) fortissimarum Italiae, così come ha scritto Plinio il Vecchio.
Punto tre: I quatto secoli di spopolamento e di oblio. Sono i secoli che vanno dall’VIII all’XI e si interpongono tra la Faifoli romana e quella benedettina. Tale era la solitudine e l’abbandono del luogo dove, alla fine dell’XI secolo, giunsero e si insediarono i benedettini di S. Sofia di Benevento, che ignorando essi l’identità del sito dove si trovavano, diedero al loro monastero la denominazione generica di Monasterium Sancti Angeli in Biferno. Lo possiamo leggere nella Bolla inviata da Papa Pasquale II a Madelmo, abate di S. Sofia, il 27 ottobre 1102. Soltanto 32 anni dopo, quei monaci, in seguito al rinvenimento in loco di una lapide “faifolana”, aprirono gli occhi e chiamarono il loro monastero col nome attuale di Monasterium Sanctae Mariae de Fagifulis.

In questo momento, mancano le condizioni per giustificare un tale cambiamento di denominazione. Assicuro però, per vostra tranquillità, che questa mia tesi storiografica, sottoposta all’attenzione del grande medievalista Jean-Marie Martin, è stata da lui approvata in una lettera riportata nel mio libro Il Molise di Celestino V.

Punto quattro: Le motivazioni dell’insediamento benedettino a Faifoli. I monaci di S. Sofia, mentre mantenevano i contatti con i loro possedimenti di Civitacampomarano e con la diocesi di Limosano, suffraganea di Benevento, e recentemente istituita (triennio 1054-1057), dovendo necessariamente transitare per il territorio di Faifoli, ebbero modo di scorgervi le condizioni ideali per un loro insediamento: acqua, terreni fertili, ruderi romani riutilizzabili, isolamento, ma anche insieme vicinanza alle vie di comunicazione (vedi il ponte romano di cui sopra).
S. Benedetto aveva prescritto, infatti, nella Regola che «il monastero deve essere costruito, se è possibile, in modo che ci sia tutto il necessario, cioè l’acqua, il mulino, l’orto e che, dentro di esso, si esercitino i diversi mestieri, perché i monaci non siano costretti ad andar fuori, il che non giova assolutamente alle loro anime» (Regola, cap. 66°). Ora, a Faifoli, l’acqua era quella che scende ancora oggi dal Colle Connutto (m. 656), e il mulino si trovava lungo il Vallone della Piana, corrispondente oggi ai ruderi del mulino di Mmarra (voce dialettale, m. 454).

Punto cinque: La Faifoli di Pietro Angelerio e di Pietro del Morrone. All’inizio probabilmente del 1228, quando aveva l’età di 19 anni, bussò al monastero di Faifoli il giovane santangiolese (S. Angelo Limosano), Pietro Angelerio.

Non è questo certamente il momento di esaminare l’annosa questione del suo luogo di nascita, che comunque, grazie agli studi dello storico tedesco Peter Herde, al contributo del defunto arciprete montaganese Don Michele Fratianni, nonché mio personale, è stata risolta nel 1998 con la cancellazione di Isernia dall’Annuario Pontificio, quale patria di Celestino V. Al suo posto è stato inserito non S. Angelo Limosano, ma la Regione Molise. E tuttavia, dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche è stata anche approvata all’unanimità la dichiarazione, secondo cui «la tradizione che Isernia sia il luogo di nascita di Celestino V è senza alcuna base nelle fonti medievali».

L’Angelerio, dunque, dopo essere stato ammesso nel monastero faifolano, fece il prescritto anno di noviziato, con il desiderio però di servire Dio nella vita eremitica. Ora, la Regola benedettina prevedeva sì che il monaco potesse passare dalla vita cenobitica a quella eremitica, ma solo dopo aver imparato a lottare contro il demonio con «un lungo tirocinio in monastero» (cap. I). Ecco perché Pietro lasciò Faifoli “oltre il suo ventesimo anno”, due anni dopo il noviziato, probabilmente nel “gennaio” del 1231.
Partito da Faifoli, il giovane Pietro dedicò i suoi successivi 50 anni di vita a fondare e organizzare la sua Congregazione di eremiti (21 giugno 1264), a costruire e a riparare monasteri, a vivere in solitudine e in preghiera negli eremi del Morrone e della Maiella. Per questo ebbe il nome di Pietro del Morrone.

Al termine di un così lungo tratto di vita, nel 1278, fu nuovamente richiamato a Faifoli. Ma questa volta vi tornò da abate. Ve lo chiamò l’arcivescovo di Benevento Romano Capoferro, dandogli l’incarico di riformare quel monastero, dove da giovane Pietro aveva indossato l’abito benedettino. Egli dunque ritornò allora in questo monastero e vi rimase – dicono le fonti (Vita C) – «per spatium unius anni», che corrisponde appunto al 1278, scolpito fra l’altro nel portale della chiesa di Faifoli.
Qui, rappresentato da abate, potete vederlo nella statua lignea che è alla vostra destra: saio, cocolla e pastorale. La statua è stata scolpita da un artista di Ortisei (Jonas Pitsheider – Valgardena) nel 2004.

La riforma del monastero faifolano doveva consistere in tre distinte operazioni, riassumibili in tre verbi: reconciliavit, recuperavit, quasi de novo refecit, naturalmente il monastero (Vita C). Reconciliavit: ripristinò tra i monaci la pace e l’osservanza della Regola prima disattesa. Pietro lo fece, seguendo l’insegnamento di S. Benedetto, il quale aveva scritto:«Con chi si è avuta lite, si torni in pace prima che il sole tramonti» (cap. IV).
Pietro poi aveva trovato il monastero paene dirutum et destructum, quasi cioè totalmente demolito, e lo lasciò totum de novo refactum (Vita C). Di quel restauro è ancora visibile il bel portale gotico, che quasi certamente sostituì l’originario e più semplice portale romanico, da identificarsi forse con quello, che attualmente adorna la casa colonica posta nel retro della chiesa.

Infine c’era il problema del recupero dei beni sottratti al monastero dal barone di Montagano, Simone di Santangelo (in Grotte). Si trattava di due Casali, il cui nome ci è stato trasmesso da una lettera di Carlo I d’Angiò (Lagopésole – Potenza, 16 luglio 1278): il Casale di Corneto (o Cerreto), il territorio cioè prevalentemente boschivo ad est dell’abbazia; e il Casale di S. Benedetto, corrispondente al territorio più produttivo, che si trova ad ovest di essa.

Per recuperarli, Pietro doveva prima rintracciare i documenti necessari, poi doveva recarsi da re Carlo a Napoli per il giuramento di fedeltà, infine avrebbe ricevuto l’investitura, secondo la procedura vigente nel mondo feudale. Senonché allora egli era malato e, non potendo muoversi, chiese e ottenne dal re non solo di giurargli fedeltà per interposta persona, ma di ricevere i predetti benefici restandosene a Faifoli.

Ed ora voglio raccontarvi un bell’episodio, accaduto in quell’anno a Faifoli, e che ci mostra la santità di Pietro. Nella primavera del 1278, la chiesa in cui ora ci troviamo fu testimone silenziosa di un miracolo avvenuto per intercessione dell’abate Pietro.

Un contadino di Castrovetere presso Sepino, accompagnato da alcuni suoi conterranei, giunse a Faifoli, portando con sé il figlioletto di 5 anni, muto dalla nascita. Si avvicinò all’abate e gli chiese di guarirglielo. Pietro gli rispose brusco:«Vattene per la tua strada». Poi soggiunse:«Sono forse Dio che possa ridare la parola ai muti»? Senonché i monaci presenti, vedendo che il povero padre si disperava, chiesero anche loro all’abate di intervenire. Pietro allora disse:«Rivolgiamoci a Dio, perché ci elargisca la sua misericordia». Si voltò quindi verso l’altare e, insieme ai presenti, recitò un Pater noster. Poi si alzò in piedi, tracciò un segno di croce sulla bocca del bambino e la toccò. Immediatamente la bocca di lui si aprì, la sua lingua si sciolse, ed egli prese speditamente a parlare, chiamando il padre a gran voce.

Alcuni giorni dopo, il contadino di Castrovetere, per quanto fosse povero, si presentò al monastero con due caprette tra le braccia, in segno di riconoscenza. Quando Pietro ne fu informato, sorrise commosso, proibì ai suoi di ritirare quei doni e anzi ordinò loro di impartire a quell’uomo una speciale benedizione (dalla Vita B).

Che dire a commento di ciò? Che Pietro è un santo veramente molisano: ruvido nella religiosità, premuroso nell’umanità.

Punto sei: Il restauro del cardinale Orsini. Completata la riforma faifolana, Pietro, nei primi mesi del 1279, partì per il monastero di S. Giovanni in Piano, nei pressi di Apricena (Foggia), e a Faifoli lasciò come abate il confratello Filippo.

Senonché il barone di Montagano, irritato per non aver potuto conferire lui stesso i predetti due Casali all’abate Pietro, e di essere stato invece sostituito in quest’incarico dal Giustiziere di Terra di Lavoro e del Molise, Roberto de Altricia, prese a perseguitare i monaci di Faifoli con continue angherie, che durarono ben “sei anni”. Pietro allora, visto che quel «malignus homo» non recedeva dai suoi soprusi, nel 1285 richiamò definitivamente i suoi monaci da Faifoli, citando l’antico Proverbio biblico:«Meglio un tozzo di pane secco mangiato con tranquillità, che una casa piena di festosi banchetti e di discordia» (Prov. XVII,1). Da allora in poi, Faifoli fu amministrata da abati commendatari, cioè non residenti.

I secoli che separano, a Faifoli, la partenza dei monaci dall’arrivo, alla fine del Seicento, del cardinal Vincenzo Maria Orsini, arcivescovo di Benevento, sono per noi quasi interamente sconosciuti. Sappiamo solo che il rovinoso terremoto del 5 dicembre 1456 distrusse totalmente il monastero e danneggiò gravemente la chiesa.
L’Orsini, il 5 luglio 1693, diretto a Faifoli, a Limosano e a S. Angelo per la sua biennale visita canonica, pernottò a Montagano in casa dell’arciprete Don Damiano Petrone (1659 – 1720). Costui – sia detto per inciso – è quel sacerdote geniale che, all’inizio del Settecento, assegnava ai suoi penitenti, come soddisfazione sacramentale, di piantare un certo numero di alberi, a seconda del numero e della gravità dei loro peccati. Ebbene, il mattino del 6 luglio, Don Damiano accompagnò l’Orsini fino alla chiesa di Faifoli, ecclesiasticamente da lui dipendente. Qui giunti entrambi, – raccontò molti anni dopo il pronipote del parroco, Don Quintiliano Petrone – «il cardinale vidde che la chiesa aveva bisogno di ristauro; l’istesso arciprete lo pregò, come (poiché ndr) era il cardinale un santarello, a ristaurare per elemosina detta chiesa, e subbito diede ordine e fu ristaurata» (Arch. Stato di Cb, Fondo Janigro, busta 1, fasc. 1).

Il restauro, pagato dall’Orsini 946 ducati, 87 carlini e 6 grana (vedi lapide a Faifoli), terminò nel 1705. Per l’occasione, l’abate di Faifoli Antonio Finy commissionò al pittore napoletano Giuseppe Catalano il quadro che vediamo dietro l’altare. Rappresenta e celebra il passato e il presente di Faifoli: la Faifoli celestiniana (in alto vediamo S. Benedetto e Celestino V) e la Faifoli orsiniana (in basso: S. Domenico, il padre fondatore dell’Orsini; e S. Filippo Neri, il suo protettore).

Punto sette: Il restauro di Don Quintiliano e le ultime vicende. Il complesso monastico di Faifoli nel 1810 fu incamerato dallo Stato, dal Regno delle Due Sicilie (Gioacchino Murat), ma il primo agosto dell’anno successivo venne acquistato dal gentiluomo montaganese, Don Quintiliano Petrone, che restaurò la chiesa nel 1825, riparando ai danni prodotti dal terremoto del 1805. Poi Don Quintiliano, il 6 agosto 1849, donò l’intero complesso alla famiglia Janigro, attuale proprietaria.

Nel febbraio del 1998, il Comune di Montagano ha potuto acquistare finalmente dai Janigro la chiesa e il breve spazio antistante, riappropriandosi così, dopo secoli, del suo passato e delle sue origini. Subito dopo è iniziato – ma questa volta da parte dello Stato – l’ultimo restauro soltanto dappoco terminato.

Così la comunità montaganese ha ritrovato il suo cuore pulsante, da cui – ci auguriamo – ripartirà la sua rinascita.