Il Natale oggi e quello quand’ero ragazzo

II Natale è una festa legata soprattutto al solstizio invernale ed, in ogni tempo, come tutt’ora, è stata considerata sempre la festa più popolare dell’anno, riuscendo a ricomporre intere famiglie.

Lo era, infatti, fin dai tempi più antichi per i diversi, numerosi, popoli abbracciati dall’impero Romano: Si festeggiava, infatti, il ritorno del Dio Sole, esempio Horus partorito dalla Dea-Vergine Iside, in Egitto; Thammuz, nelle religioni Iranico-Caldee , partorito dalla Dea Istar, in inglese Easter, attraverso il culto del Dio Mitra, che era entrato nelle abitudini dei Romani. Nella città eterna, nell’età precedente l’era Cristiana, ed è storia che esistevano più di duemila mitrei.

Il mistero mitriaco, però, aveva molte analogie con quello Cristiano, e spesso si creava qualche confusione.

Quando nel terzo secolo d.С., fu istituita la festa del “Natalis Solis Invicti”, divinità solate introdotta dall’imperatore Eliogabalo e, successivamente, dall’imperatore Aureliano (270-275), la Chiesa preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari, e soprattutto del mitraismo, non dissimile dal Cristianesimo, e della rilassatezza dei costumi nei Saturnali romani, pensò di celebrare in quello stesso giorno il Natale di Cristo, come vero Sole di giustizia.

Fu l’imperatore Costantino che, dopo aver sconfitto, a Ponte Milvio, Diocleziano, autore di crudeli persecuzioni nei confronti dei Cristiani, con un editto del 321 d.С., ufficializzò l’uso della settimana di sette giorni, il cui il primo, ancora, ” die Solis, in inglese Sun-day, giorno festivo dei Cristiani, non scontentando, al tempo stesso, i pagani adoratori del Sole.

Anche il Dio Sole, Inca, Wiracocha, per dovere di cronaca, veniva celebrato nella festa del solstizio d’inverno.

La festa iniziava, nel secolo scorso, con la Novena suonata dagli Zampognari, per i nove giorni che precedevano il Natale. Inizialmente si chiamavano ” Sampognari “, dalla deformazione della parola sinfonia, insieme di suoni. Questi viaggiavano in due, ed erano formati da un vecchio ed un ragazzo, per indicare il maestro ed il discepolo. Il vecchio suonava la Zampogna ed il ragazzo la ciaramella. I cappelli erano a cono, con delle fettucce attorcigliate, il corpetto era di vello di capra, calzoni di velluti marrone, abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa, lavorate a mano, cioce (antichi calzari, dal latino soccus), legate sino ai polpacci. Il tutto in un ampio mantello pesante di lana blu, con sopra qualche mantellina. Si fermavano agli angoli delle vie, davanti ai negozi, sulla soglia delle case, dove le famiglie erano raccolte attorno al focolare, e si dava loro, in genere, anche qualche dolce ed un bicchiere di vino.

Nella strada, odore di caldarroste, bancarelle con ceci e sementi, nocelline americane, avellane , luppoli, fichi secchi, o i fichi con le mandorle, carrube.

Molto diverso dal mondo d’oggi, che è solo consumistico, commerciale, con pubblicità invadenti di cioccolate, pandori, panettoni, spumanti.

La sera della vigilia, allora, dopo il digiuno, anguille, capitoni arrosto, qualche pepatello, e subito dopo, verso le ventitré, in chiesa per la messa di mezzanotte. Poi al mattino, si visitavano tutte le chiese, per vedereil presepe più bello.

Qualche sparo con vecchi bulloni, con miscele di zolfo e clorato di potassio, comprate in farmacia. Oggi, stelle illuminate, botti di ogni specie, girandole, trich-trach, e tanti altri articoli. Non più pastori di creta dipinti, ma presepi belli e pronti già confezionati, non più con scatole vecchie, sughero, cortecce di alberi, gesso, vecchie scatolette dipinte, trasformate in casette, colori, per imitare il deserto, o le montagne.

Era un Natale povero, ma pieno di poesia. In molti paesi, come Bagnoli, Pietracupa, e molti altri, nel Molise, grossi fuochi davanti le case, che stavano ad indicare che si era presenti , si era tornati, da lontano, chiamati N’docce.

Oggi, nei centri commerciali, dove ci si sente storditi da tante insegne luminose, playstations, bambole parlanti semoventi, compact-disk, Dvd, robot, e altre diavolerie che mettono in crisi non solo i nonni , ma anche i genitori che si presentano tutti con in mano letterine, con su scritti articoli sconosciuti.

I dolci si gustavano perché pochi, e fatti in casa. Oggi, sempre più spesso, non si finiscono e si buttano, alla fine, nel secchio dell’immondizia, e fanno male perché non semplici e genuini.

Spettacoli televisivi di ogni tipo, che tolgono al Natale quella sacralità che i pochi zampognari, in via di sparizione, sapevano dare con “Tu scendi dalle stelle”.

La scienza, il progresso, tolgono, spesso, quella creatività infantile che univa tutti i bambini, tanto ai nonni, che ai genitori, non in grado di seguire tutte le novità della tecnica.