La faglia di Oratino, il suo mondo, ipotesi, considerazioni.

Spuntone di roccia a 710 mt. d’altezza e 10 Km da Campobasso, Oratino è riportata, nel catalogo Baronum del 1150, con il nome di Lauretinum.

Quest’etimo ci porta a pensare ad un originario bosco di alloro, sede delle prime famiglie che Vi si fermarono.

Come noto, l’albero di alloro era mitologicamente sacro ad Apollo, Dio delle arti e della giovinezza e, pertanto, simbolo di eccellenza: per questo, ai poeti, ai vincitori, si cingeva sempre il capo di un suo serto, in verità appropriato agli abitanti del luogo che sempre, nel tempo, si distinsero nelle sculture, nelle pitture, nelle decorazioni.

Il mito racconta, infatti, che la ninfa Dafne, figlia del fiume Peneo e di Gea, inseguita da Apollo, di lei invaghito, chiese al padre, sul punto d’esser raggiunta, di essere trasformata in alloro.

In Oratino, ogni anno, il 24 Dicembre, in occasione del solstizio d’inverno, che ripropone la morte del vecchio anno e la nascita del nuovo, si ripete, da tempo immemorabile, una tradizione singolare, unica nel Molise, di cui troviamo qualche antichissimo precedente nelle celebrazioni israelitiche di Beelfegor e nelle stele di fuoco puniche, chiamate “hammanin”.

Cominciamo col dire che il paese, con molta probabilità, era un vicus, ossia un borgo di campagna, ben distinto e lontano dalle “urbes”, ove i santi apostoli, i vescovi, predicavano la parola di Cristo.

Tertulliano, nel IV secolo d.C. riconosceva che, nell’Impero Romano, coesistevano due religioni: il Cristianesimo nei grossi centri, dove c’era stata la predicazione, ed un credo, fatto di miti, soprattutto nelle campagne rimaste isolate: la religione dei pagi, perciò detta pagana, tenendo presente che più vici, modesti agglomerati senza attraversamenti, formavano un pago.

Orbene, una torcia alta da 10 a 15 metri e 2 metri di diametro, trasportata dinanzi al sagrato della chiesa madre, dopo una sua sistemazione in posizione eretta, vicino al campanile, viene, a tarda sera della vigilia di Natale, accesa e lasciata ardere.

Tutto, però, ha già inizio da diverso tempo prima, per confezionare questo gigantesco manufatto, secondo una tradizione che si tramanda, di padre in figlio, da innumeri generazioni.

L’etimo di torcia è torchio, e sta ad indicare come bacche, canne e paglia, debbono essere strettamente pressate, torchiate, accostate, per far reggere siffatta stele, di proporzioni da obelisco.

Inutilmente abbiamo cercato su enciclopedie, vecchi dizionari, l’equivalente del temine “faglia”, che è il nome che si da a questa gigantesca fiaccola che, nel paese, ha inequivocabilmente il significato di fallo.

Le derivazioni possibili : Phavos, in greco falò; fax-facis, in latino fiaccola; facula-faculae: piccola fiaccola, che, pur avendo tutte la stessa radice, non danno una sufficiente interpretazione del termine.

Pensiamo, piuttosto, ad una possibile “contaminatio” linguistica avvenuta nell’idioma volgare, nel corso dei secoli, tra il termine “phalos”, in greco fallo, e quello latino “palea”, paglia.

U fall e paglia, come si pronuncerebbe in paese, anche per l’infiammabilità freudiana, e la parola corrisponderebbe a ciò che è opinione corrente.

Ma soprattutto le implicazioni allegoriche, apotropaiche, debbono ritenersi l’anima di questo antico rito, che ci parrebbe ritrovare in Roma con il nome di Saturnalia, cioè a dire in onore di Saturno , protettore delle semine, mitico padre di Giove, l’equivalente del semitico Baal, molto spesso considerato divinità della pioggia e della fertilità.

In latino Sator è il seminatore e troviamo questa voce anche nel nostro piccolo Molise scolpita sul campanile della chiesa di Acquaviva Colle Croce, in un quadrato magico, anagramma di parole leggibili da ogni verso, con qualche indubbio significato:

sator
arepo
tenet
opera
rotas

L’eventuale traduzione, considerato che l’enigma non è stato mai risolto, potrebbe essere questa: Il seminatore, con lo spargitore (arrepto), segue, (deve seguire), con abilità i solchi delle ruote.

In effetti, agli uomini dei campi, finite le semine, la raccolta e la pigiatura delle uve e delle olive, non restava che riposare, rimanere in casa e seminare se stesso nei suoi solchi domestici, considerato che, in passato, le uniche forze di lavoro erano le braccia, l’unica ricchezza i figli, tanto che era frequente sentir dire che si era più ricchi di sangue che d’altro.

Altre interpretazioni sono state ipotizzate, come il desiderio di purificazione o quello di mimare la potenza del sole, al momento della sua rinascita, ma le riteniamo appartenenti ad altre tradizioni.

Dobbiamo, invece, riportarci, per Oratino, ad un mondo in cui la divinità più sentita, poiché procreatrice di vita, era la Dea Mater, ossia l’Astarte dei Fenici, l’Iside degli Egizi, la Cibele dell’Anatolia, l’Era dei Greci, la Giunone dei Romani, mondo in cui l’unico calendario, conosciuto ed utilizzato, era il lunario, con i suoi 28 giorni, gli stessi del ciclo femminile, il solo usato per i lavori agricoli ed in mare dai naviganti, per il calcolo delle correnti.

Ma, al tempo stesso, al continuo alternarsi di forme di matriarcato con altrettante di patriarcato fallocratico.

Il coltivatore delle terra, in effetti, dopo essersi accorto che le pecore gravide, una volta separate dai maschi, non procreavano più, forte del suo maggior sviluppo muscolare, aveva rivendicato la sua prestanza fisica.

Problema questo, però, ancor oggi attuale in quanto, non essendo più indispensabile la forza fisica, si potrebbe assistere, come sostenuto dal filosofo Fuerbach, a nuove forme di matriarcato, tenuto conto che la mano che regge la culla è la mano che, in fondo, condiziona il mondo, pur dipendendo scientificamente l’evoluzione umana dai geni maschili, così come il senso materno (mest) ed il sesso.

Tornando al tema principale, l’altro aspetto peculiare della faglia è la sua preparazione: nella licenza ai giovani di rubare anche di notte, tutte le canne ed il materiale necessario al gigantesco manufatto, ma, esclusivamente, nelle campagne delle borgate limitrofe, nei vigneti dei paesi vicini.

Il significato evidente: spingere i giovani a fare le prime esperienze, anche romantiche, a guisa di iniziazione, non nel proprio paese, ma come costume ovunque diffuso, con il rischio, quell’alea, che devon costituire parte di una consacrazione fatta di coraggio, di ardire.

E sicuramente, nel passato, deve esserci stato un atteggiamento femminile consenziente in quanto l’episodio, secondo la consolidata abitudine nella quale tutti i giovani hanno sempre prima fatto la corte alle ragazze del circondario, non le impegnava, né comprometteva, era anzi motivo di accese baruffe tra i giovani del posto e quelli delle contrade vicine.

Il motivo intuibile: la donna, infatti, è fisiologicamente poliandrica. Per la legge della selezione della specie, dovrebbe far rivivere i geni più forti ma, nell’interesse della prole, ritenne opportuno evolversi monogamicamente.

Decise, soprattutto per il bene dei figli, promettere la propria fedeltà ad un sol compagno, in cambio di cooperazione nella sua missione.

Il figlio di un intero branco, o di un capobranco, infatti, sarebbe stato o il figlio di tutti o tutti sarebbero stati figli di uno solo e, naturalmente, in ambedue i casi, non sarebbe stato allevato con amorevolezza paterna esclusiva.

Non incidentalmente, per il mondo rurale, tale episodio sarebbe la spiegazione del peccato originale di Adamo ed Eva, peccato di disobbedienza, perché Dio avrebbe voluto che la procreazione avvenisse più per amore, sentimento, che per solo desiderio sessuale.

L’amore, come tutti sanno, è donazione di se stessi, è annullarsi, perdersi nella persona che, come Platone fa dire ad Aristofane, rappresenta la nostra metà perduta e con la quale si vuole insieme progettare, costruire il futuro.

La stessa Bibbia ci dice che Dio immerse Adamo in un lungo sonno, milioni di anni, e creò Eva da una sua costola. Adamo, in ebraico, non significa uomo, ma essere umano. Questo perché i primi umanoidi dovevano essere androgini, ermafroditi, come i fiori che hanno l’androceo ed il gineceo, o come il nostro embrione, all’atto del concepimento.

Il sesso, al contrario, è pulsione, improvviso desiderio di possesso materiale, il che significa desiderare anche la donna d’altri e di altri ancora, il che potrebbe essere pregiudizievole in quanto tutti gli eventuali nati non avrebbero certezze, fiducia nel rapporto esclusivo dei genitori, nel loro impegno particolare verso di loro.

Il vero amore, inoltre, non è fonte di invidia, gelosia, perché si desidera il bene della persona amata, la si ama come se stessi, diversamente dal desiderio di possesso che è temporaneo ed a volte spinge a raggiungere lo scopo anche al di fuori di ogni regola morale e, alla fine, può generare solo solitudine.

Desiderio di possesso fisico, ripetiamo, soprattutto egoistico, che forse ci potrebbe spiegare anche perché Cristo, morendo sulla croce, restituisce la sua vita al Padre, onde liberarci proprio da quell’egoismo che è, pur tuttavia, uno dei poli della vita.

Chiariamo: nel patriarcato, il vecchio genitore aveva potere assoluto su tutto: immobili, terre, armenti, mogli, concubine, mentre ai figli, ancorché di età matura, e di fatto gerenti o custodi del patrimonio, non era concessa autorità alcuna.

Un figlio, mal sopportando la situazione, come è accertata tendenza, sopprime il genitore per prenderne il posto e goderne dei frutti, ma, subito dopo, si accorge che quanto aveva commesso gli poteva esser rifatto.

E così Cristo rende la sua vita al Padre per liberare l’uomo da questo peccato, insito nella natura umana, che è l’egoismo, pur tuttavia indispensabile nella dialettica della vita come il giorno e la notte, la luce e il buio.

Fra l’altro, ma solo per amor di notizia la donna, nel passaggio dell’homo abilis all’homo erectus, perse il fenomeno dell’estro, comune a tutti gli altri mammiferi e, per farsi riconoscere, considerato che un tempo tutti gli esseri umani erano coperti di peli e lunghi capelli, dovette usare monili cosmetici, profumi ed adoperare criptosequali come sguardi, atteggiamenti tentatori, di volta in volta diversi: Eva che nota il serpente e tenta Adamo poiché, in natura, l’unica cosa che conta, è gestire la continuazione della specie e l’uomo ne è il mezzo delegato.
Nel libro della Genesi ( 19,30) è scritto che le figlie di Lot, per assicurarsi una posterità, non esitarono a far bere vino al loro genitore, per coricarsi nella notte con lui, senza che se ne accorgesse.

Tornando alla tradizione della faglia, diciamo che i Saturnali avevano inizio il 17 Dicembre e terminavano il 23, giorno del solstizio d’inverno che, come noto, è compreso fra il 21 ed il 23 Dicembre e, nel 1998 , cadrà alle ore 2 del 23.

In questa occasione vengono a coincidere i tre eventi più importanti della vita pagana: morte dell’anno solare, nel senso di fine dell’anno solare; rinascita dell’anno, come ritorno del sole; procreazione, totemizzazione del fallo, come condizione di sopravvivenza della specie, perché generare era un fatto sacro, quasi la manifestazione di un potere divino, e la mancanza di figli una iattura.

Gli Dei, quale punizione, rendevano sterili i genitori o ne facevano perire i figli. Nella mitologia è riportato che, Niobe, regina di Lidia, aveva sette figli maschi e sette figlie femmine, ed orgogliosamente si vantava di ciò con Latona, madre di Apollo e di Diana. E Apollo e Diana, su istigazione della stessa, senza pietà, colpirono a morte tutti i 14 figli con le loro frecce.

Forse, per inculturazione della religione cristiana, il giorno 23 fu spostato alla sera del 24, non alla mezzanotte, sicuramente per necessità di accostamento alla festa del Dio Mitra, sostituita dal Natale Cristiano, ma la presenza di un maestro di cerimonie, nei Saturnali, così come in Oratino, chiamato capofamiglia, non ci sembra una coincidenza.

Questi era ed è colui che sovrintendeva e sovrintende alla manifestazione, controllava la formazione della torcia, coordinava tutte le operazioni; infine, in piedi sulla faglia coricata, guidava il difficile ed oneroso trasferimento del manufatto attraverso il paese, a suon di tromba.
Ne disponeva, con precisi ordini, il complesso sollevamento dinanzi al campanile, con tutta una serie di funi; presenziava alla sua benedizione; ne curava l’accensione seguendone ogni fase, provvedendo, nei giorni seguenti, a che le parti non consumate continuassero a bruciare sino al 6 gennaio.

Molte donne, nel passato, approfittavano dell’occasione per raccogliere e conservare la maggiore quantità possibile di queste ceneri, poiché sarebbero state apportatrici di fertilità.

E qualche fantasia è inevitabile. Dal 23 Dicembre al 6 Gennaio non sono 14 giorni? Intendiamo, l’antico 6 Gennaio, manifestazione della divinità di Gesù, che era la festività cristiana seconda solo a Pasqua e, per molti secoli, ben più importante del Natale.
Ed un ragazzo non diventa ometto a 14 anni? E l’ovulazione della donna, nel cielo lunare di 28 giorni, non è il 14 giorno? Fantasie, sicuramente, ma rispondenti ad incredibili coincidenze.

Il fallo, era ritenuto, già in Egitto, la 14ma parte del corpo di Iside. In India , con il termine linca è l’oggetto più scolpito su tutti i templi. Nella romana Pompei era il Dio Fascino, ed infine, in Isernia, nella chiesa di San Cosma e Damiano, gli ex voto, per grazia ricevuta.

E l’aspersorio, usato dalla chiesa cattolica per impartire benedizioni nelle cerimonie religiose, nelle case, non è forse quell’oggetto, dalla nota forma, utilizzato dal sacerdote per augurare abbondanza, benessere?

Questa tradizione di Oratino, che è una delle più caratteristiche, è l’espressione di un mondo visto forse nella maniera più elementare, ma rispecchia il pensiero di chi è abituato a vivere soprattutto all’alternarsi delle stagioni, dello sbocciare dei fiori nei campi, delle foglie che cadono, del taglio della legna, dell’oro dei covoni o dei grappoli d’uva, del verde perenne degli alberi d’ulivo.

Non troviamo teosofia o teologia nel mettere in evidenza uno dei mezzi delegati dalla natura alla sopravvivenza della specie, o ad una presunta eternità dei nostri geni.

Non vi sono prove ontologiche a priori od a posteriori, né implicazioni spiritualistiche o trascendentali, od il ricordo dei genitori, di lari o penati, come direbbe Freud.

Dio, per l’uomo dei campi, è, immanente in tutte le cose. Non lo si può comprendere, come dice Sant’Agostino, perché è impossibile travasare l’oceano in una buca scavata sulla spiaggia.

E’ possibile, invece, sentirlo, come sostiene Biagio Pascal, ma non con la ragione, bensì con il cuore.

E’ verità, realtà assoluta, perché nella verità vi è il grado di ogni valore e del suo opposto: bontà vanità, bellezza appariscenza, forma sostanza.

Il bene, per l’uomo dei campi, è la disponibilità del cuore a venir incontro ai propri simili, a vivere in comunione con il vicino, nel non far ad altri quello che non vorresti che venisse fatto a te. Il ricordo della ospitalità delle nostre campagne, dell’aiuto reciproco sempre prestato, e nel taglio delle messi e nella raccolta delle uve, delle olive, la frequenza delle feste che avevano soprattutto lo scopo di presentare i giovani, perché potessero innamorarsi, ci dicono che questo mondo, così semplice, aveva sicuramente più valori , poesia, di quello dei nostri tempi, condizionato dalla mendace pubblicità, dal non esserci più posto in famiglia per i nonni ed i vecchi genitori che, una volta, vivevano solo dell’amore dei nipotini e che, invece ora, sempre più spesso, vengono lasciati nella solitudine di ospedali e di case di riposo.

Ed un’ultima riflessione è d’obbligo: Perché la faglia è portata, ed accesa dinanzi al sagrato della chiesa madre e non dinanzi al palazzo del Comune, od al castello del Duca Giordano?

Noi riteniamo per quella naturale religiosità di ogni uomo di campagna che vede come fatto naturale l’amore, la sessualità, ma sempre nel contesto di un ordine morale.

In fondo, per chi è a contatto con la natura, il segreto, la chiave della vita è proprio nell’amore, di cui la virilità è il momento necessario per inserirsi nel processo di una presumibile immortalità le cui leggi sono sconosciute, ma che hanno il loro segreto in quel sentimento che riesce a comporre gli opposti ed è il vero miracolo dell’esistenza.

Abbiamo detto religiosità naturale che nasce da paure ancestrali, insite nel nostro DNA, quali mostri, malattie, pericoli, a cui è stata esposta la specie nella sua evoluzione. Già infatti agli inizi della storia, coi Sumeri, gli Assiri – Babilonesi, assistendo alla nascita dei centri urbani, vediamo che accanto alla dimora del sovrano vi è il tempio del Gran Sacerdote. Il Re, temendo il destino, la morte, voleva assicurarsi la protezione di chi, ai suoi occhi, rappresentava il divino da cui dipendeva la vittoria in battaglia, la salute, la discendenza, la propria fortuna, o la propria sciagura.

La risposta della faglia è la totemizzazione dell’immortalità, della via della partecipazione dell’uomo ai processi della natura, che è un disegno dell’evoluzione attraverso quella che è l’illusione umana più piacevole, illusione che è il motore della vita.

V.F.