Stiamo a fine settembre e si spera ancora in un periodo di belle giornate, come nelle Ottobrate romane, musicate per la città di Roma da Ottorino Respighi, con quelle temperature e quei colori che si ripetono spesso ogni anno.
Custodito tra le meraviglie del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, c’è un posto, un paradiso color turchese, un posto perfetto per lunghe passeggiate. E’ il lago di Castel San Vincenzo, un piccolo gioiello, nelle cui vicinanze, affascinato, visse il pittore francese Charles Moulin, compagno di studi ed amico di Matisse, che dopo aver vinto a Parigi il Premio Roma, visse alla ricerca dei meravigliosi panorami delle Mainarde, le cui cime si rispecchiavano nelle acque del lago.

Si tratta di un lago artificiale, ma perfettamente incastonato nel paesaggio circostante, fatto di montagne e boschi. E’ balneabile ed è caratterizzato da sponde sabbiose, barche e pedalò, water bikes. Si può pescare, e c’è un attrezzato campeggio per i turisti che vengono da lontano. E’ il terzo lago più bello d’Italia.


E’ alimentato dai torrenti della Montagna Spaccata dei vicini comuni di Alfedena e Barrea. La zona, poi, è anche famosa per l’antica Abbazia benedettina che sorgeva non troppo distante dalle cascate del Volturno, sulla piana di Rocchetta.

Quest’area era già nota, in epoca tardo Romana, essendovi una chiesa dedicata a San Vincenzo di Saragozza, a cura dell’imperatore romano Costantino che, nel sogno, rivide quel martire che subì, per lungo tempo, molti diversi supplizi.

Nel V e VI secolo i Longobardi, tra gli edifici in disuso, vi realizzarono una chiesa ed un sepolcreto, oltre altre costruzioni necessarie.
Riteniamo, però, appropiato dire che nel 1980, un gruppo di archeologi inglesi, della Università Sheffield prima, della Britisch School poi, diretti da Richard Hodge, sempre controllati dalla Sovrintendenza Molisana ai beni culturali, iniziarono una sistematica opera di ricognizione di questo Monastero, facendo ritornare alla luce tutto l’impianto della antica sede monastica. Si sono ritrovate, tra l’altro, anche le punte delle frecce incendiarie dei Saraceni, dell’881.
In 14 anni, San Vincenzo divenne, quindi, una delle zone archeologiche del Secolo mettendo, in una nuova prospettiva, tutti gli avvenimenti di cui c’era la storia da parte del Cronicon Vulturnense.

E le ricerche hanno messo in luce l’esistenza della presenza di una città scomparsa, chiamata Samnia, una necropoli sannita, con un numero straordinario di sepolture, molte delle quali ben conservate. Soprattutto quelle dei Sanniti, che venivano così chiamati dai Greci dal portare la saunia, una specie di lancia dal fusto sottile. Il luogo presupponeva, quindi, la città di Samnia, ossia la zona Sannio compresa tra il Tirreno e l’Adriatico, con centro Amiterno, per la presenza anche di un Vescovo dal nome Marcus Samnium. La città, oltre che dal tempo, fu distrutta dai Romani nel 295 a.C., ultima definitiva sconfitta dei Sanniti, soprattutto Pentri.

Questa area, difesa naturalmente dalle Mainarde, dalla Meta e dal Matese, fu scelta, nel corso dell’ottavo secolo, 703-731, da tre nobili principi beneventani : Paldo,Tato e Taso, che decisero di costruire un nuovo monastero, nella piana di Rocchetta, onde dedicarsi ad un voto di meditazione e di preghiera, impiegando tutte le loro sostanze.

Il Cronicon Vulturnense, del Monaco Giovanni, diventato, poi, lui stesso Abate, venne scritto in latino nel 1130: ci dice che il cernobio nacque su suggerimento dell’abate di Farfa, Tommaso di Moriemme e del Papa, dove c’era già un oratorio del Santo, che avrebbe dato il nome all’abbazia, in linea coi vicini vescovati di Aufidena, Castel di Sangro e Venafro.


Ciò avvenne con una donazione del suolo da parte del Duca di Benevento Gisulfo II, tra il 743 ed il 749, che, con l’arrivo dal Nord dei Franchi, si venne a trovare, al confine con la zona Sud dei Longobardi. Nel 774, però, fu abate Ambrogio Autperto che si adoperò per i Franchi, tanto che il 27 Marzo 787, lo stesso Re Carlo Magno, forse di passaggio, concesse molti privilegi fiscali e donazioni di tenimenti, tali da equiparare l’Abbazia alle maggiori Abbazie europee.

Venne a formarsi, così, una abbazia di grandissime dimensioni, metri 64 per 24, indipendente, autonoma, con più chiese, sopranominata Maior, che, con l’abate Josue prima, ed i successori Talarico ed Epifanio , contava più di un migliaio di persone, tra civili e confratelli.

Al di sotto del presbitero di una chiesa, poi, venne ritrovata da un contadino che aveva scavato per caso, la cripta dell’ abate Epifanio, dell’ 842, che conservava, nella navata, il più importante ciclo di affreschi dell’Occidente, , miracolosamente sopravvissuto alle devastazioni saracene dell’881, ai guasti, ed all’incuria degli uomini.







Il tema fondamentale di questa cripta era la Resurrezione dei corpi, mediante il sacrificio di Cristo che in quell’ affresco anticipa l’apertura del decimo sigillo di Giovanni, l’opera mediatrice della Madonna, e molte altre figure religiose.
Causa vari terremoti, specie quello del 1349, la ricostruita abbazia, che poi fu consacrata nel 1115 da Papa Pasquale, fu amministrata dall’esterno, ed, alla fine, nel 1669, passò nelle mani di Montecassino. Il complesso cadde, però, in abbandono nel XVII secolo, ed è stato con gli scavi archeologici degli anni 70, quelli che hanno riportato alla luce anche gli antichi rocchi dei Longobardi.
Attualmente, l’abbazia che si presenta ai nostri occhi è quella ricostruita nel 1889 dall’abate Ing. Angelo Piantoni, benedettino.

Rocchetta al Volturno, invece, è un piccolo gioiello seminascosto che merita un’attenta visita. Vi è la chiesa rupestre della Madonna delle Grotte dove, nell’interno, sono conservati affreschi di notevole fattura, che vanno dal XII al XIV secolo. Un altro motivo è la imponente quercia secolare del Paese, che genera meraviglia, perché è la seconda più vecchia di Italia, ancora verde e rigogliosa. La zona, pertanto, è una delle zone più affascinanti della intera regione ed il visitatore non può che rimanerne incantato. Il Santuario è collocato lungo la strada vecchia che porta a Scafo e la chiesa venne fatta erigere per mettere sull’avviso l’ Abbazia da incursioni. Oltre cinquecento confratelli furono trucidati in una delle scorrerie saracene.

Questo Santuario rupestre della Madonna delle Grotte, venne collegato alla vecchia Abbazia di San Vincenzo, ed è la fonte di un pellegrinaggio e di una festa nel mese di Agosto. Migliaia di pellegrini, infatti, accorrono ogni anno in preghiera davanti alla miracolosa effigie della Madonna.
Tutta la zona, quindi, è una delle più affascinanti della intera regione ed il visitatore non può che rimanerne incantato, insieme all’antico borgo che conserva tutte le caratteristiche dell’epoca.
Buona passeggiata.