Giugno è il mese ideale per immergersi nella natura ed andare alla ricerca delle bellezze nascoste della nostra piccola Regione.
Con la bella stagione, infatti, cresce in noi tutti il desiderio di avventurarsi in escursioni lungo i tanti sentieri, che sono poco frequentati, ma sono ricchi di fascino e nuovi orizzonti.
Ricordo che con il rocciatore Padre Marcellino Iasenzaniro, che da poco non è più tra noi, si era alla ricerca dei posti meravigliosi di Madonna di Campiglio, dove c’era la possibilità di ammirare le tante sfumature orarie delle valli dolomitiche del Brenta, fermandoci in preghiera con la piccola comitiva di appassionati che, arrancando, lo seguiva, mentre si chinava a raccogliere tutte le piante d’arnica che trovava, inerpicandosi.
E quando, scendendo insieme da Campitello Matese, verso Roccamandolfi, trovammo i ruderi della abbazia di San Nicola, residui di vecchi muri di pietra ricoperti da erbosi cespugli.
Il disastroso terremtoto del 1456, aveva fatto scalare molte parti della montagna, nascondendo le fonti d’acqua di cui il convento si serviva.
La comunità monastica, allora, era formata da nobili religiosi di Roccamaginulfi e l’abate era di loro nomina. Dovettero, per questo, rifugiarsi in altri monasteri vicini.
Ora c’è questo posto, nel Molise, quasi simile a quello della grotta di San Michele Arcangelo in Puglia, sul Gargano, in provincia di Foggia, a Monte Sant’Angelo, a 800 metri d’altezza,. Il Santuario, conosciuto come Celeste Basilica in quanto, secondo la tradizione, fu consacrato direttamente dall’Arcangelo, nel 493 d.C.

Questo nostro posto lo abbiamo invece a Santa Angelo in Grotte del Molise, un paesino di poco più di un centinaio abitanti, con un bellissimo bosco di alberi di alto fusto intorno, a metri 1000 di altezza, con un torrente dal nome Rio Paradiso . Il posto, tra Macchiagodena e Castelpetroso, conserva antiche leggende che partono dal periodo dei pastori sanniti e dei romani, in tempi molto, molto lontani.
San Michele Arcangelo apparve sul Gargano, in una grotta di Monte Sant’Angelo, nel 490 d.C., più volte, benedicendo il posto. Qui San Francesco venne nel 1216 ad eternizzare il miracolo, in vista della grandissima diffusione dell’Arcangelo.
Per scendere nella grotta pugliese, come noto, vi sono 86 scalini. Il suo altare, con la sua statua di Principe degli Arcangeli, è in fondo alla discesa. L’entrata è ad un altezza di 800 metri s.l.m., e si trova sul Monte San Angelo, vicino al paese di Vieste, e di San Marco in Lamis.
La festa di San Michele Arcangelo, infatti, è data dalla sua apparizione sul monte Sant’Angelo, sul Gargano, il nove maggio del 490., ed è valida per tutto la Cristianità.

Mi piace ricordare che i primi a scendere in Italia, con il re Alboino, furono i Longobardi, primi pure a diffondere il culto di San Michele nella abbazia di San Vincenzo al Volturno, da parte dei tre pricipi Longobardi beneventani: Paldone, Tasone e Tatone.
Nell’antro di Sant’Angelo in Grotte, però, vi è una sorgente di acqua benedetta, e la statua del Santo è con la spada. Con una ripida salita di 93 scalini di pietra, si sale al piccolo paese fondato dai Longobardi, dove c’è anche il circolo “ il Longobardo “, nel quale, appese al muro, si trovano antiche armi e armature dell’epoca.

Secondo una religiosa leggenda, il Padre Eterno decise che era più giusto ed opportuno che il Santo si spostasse in una zona più popolosa e difficile, e cioè nella grotta di Monte San Angelo nel Gargano, in altura.
La leggenda vuole però che San Michele voleva riposarsi qui, e le cose quadrano perché già vi erano resti Romani, quali un leone che tiene un agnello e tre leoni. Il santo fu costretto, quindi, a percorrere un tunnel nella montagna che sfociava su un dirupo di 1000 metri e da quale si involò verso Monte Sant’Angelo, sul Gargano, nella località che poi prese il suo nome.
Altra tradizione vuole che il giorno di San Michele il santo non venisse portato in processione per il paese, per improvvisa e violenta pioggia, e venne lasciato nella sua Grotta. Dispiaciuto si infilò in una fenditura della roccia e dal dirupo si involò verso Monte S. Angelo sul Gargano, tornando solo ogni volta alla sua festa, per sottomettere il ribelle Lucifero.
Altra tradizione è che la statua del Santo, non volendo essere trasportata fuori della sua Grotta, si fosse appesantita tanto da non essere più possibile portarla fuori.
Certamente dove vi è una grotta, altrettanto certamente c’è una difesa stabile. Così per Sant’Angelo in Grotte, c’ è la tradizione di un demone, probabilmente sotto le spoglie di un drago, che si era infilato in questo antro del paese, per ripararsi e portare scompiglio tra la popolazione locale.
Il popolo racconta che il Santo, innamorato del suo antro, con la spada che impugna, rappresenta la capacità di discernere il bene dal male: Il drago, su cui trionfa, è il simbolo del male che, però, non deve essere vinto del tutto, ma solo tutte le volte che il male potrebbe prevalere sul Bene, questo il motivo del suo ritorno in occasione della festa.

La Grotta, diventata Chiesetta, è davvero suggestiva. La pace, il silenzio, la sacralità mistica, spingono tutti al raccoglimento: La sorgente d’ acqua santa la rende irreale.
L’atmosfera dell’antro inoltre ti fa pregare. Tutto quadra perché è il periodo di San Benedetto, del 480, e dei nobili Principi beneventani: Paldo, Taso e Tato, che erano in cerca di posti isolati per pregare.
Le prime storie, circa la grotta, risalgono al periodo in cui l’Arcangelo Gabriele attrasse gli abitanti delle terre vicine e lontane, dando il via al primo nucleo abitato, Solo con 93 scalini di pietra, infatti, si sale al piccolo Paese.
Un vecchio del posto, Giovanni Bertone, mi fu da guida, raccontandomi quando, per l’antica transumanza, milioni di pecore ed agnelli passavano per il paese. I Pastori riposavano e dopo la premitura del latte ed i formaggi, si fermavano a pregare nelle chiesetta del paese. Ora c’è silenzio perché si scende più a valle, a Santa Maria del Molise, paese diventato tanto più grande e fornito di più mense.

Ma il Padre Eterno, che aveva previsto per Lui l’altra destinazione, comandò di andare a Monte Sant’Angelo sul Gargano. L’Arcangelo Michele, percorrendo un tunnel nella roccia del monte, giunse ad una apertura su un pauroso strapiombo, e da qui si involò.
Entrare nella grotta è una forte emozione . Le rocce con fessure ed incavi di stalattiti con riflessi verdi e rosa, richiamano al silenzio. Gocciola acqua da una sorgente benedetta.

Nel piccolo paese vi è una chiesetta, chiamata San Pietro in Vincolis, dove vi sono le sette opere della Misericordia. Sant’ Angelo in Grotte deve anche la sua origine a questa chiesa con cripta che fu frequentata dall’ Arcangelo Michele, prima che si spostasse in quella più celebre del Gargano, come disposto dal Padre eterno. Le opere sono:
Seppellire i morti
Visitare i carcerati
Dare da mangiare agli affamati
Vestire gli ignudi
Curare gli infermi
Dare da bere agli assetati
Ospitare i pellegrini

E c’è anche una serie di pitture : Vero gioiello d’arte e di fede di San Angelo in Grotte, con la sua cripta ed i suoi affreschi. Ad essa si accede attraverso una scala posta sulla destra, appena si entra in quella che è anche la Chiesa parrocchiale.
Sono affreschi della scuola senese, appartenenti all’arte medievale.
In particolari si notano reminiscenze delle raffigurazioni di Giotto o Lorenzetti. Anche se l’oscura Cripta è di una rudezza medievale gli affreschi sono databili alla fine del 1300, e rappresentano pittoricamente le sette opere di misericordia corporale.

Si presume che il committente sia stato il feudatario del tempo che dominava il paese. La testa di un angelo posta sotto la rappresentazione della città di Betlemme è un indizio che potrebbe riferirsi al significato onomastico della casata. In fondo alla Cripta si trovano anche un rudimentale altare in pietra ed una piccola monofora per areare l’ambiente.

La volta a botte presenta magnifiche e fantasiose decorazioni marmoree con intralci monocolori tutti diversi tra loro. Gli affreschi sono disposti lungo le pareti, secondo un ordine sacrale tradizionale.
In un angolo, seminascosto, un emozionante presepe con una incantevole mangiatoia, e dei perfetti pastori di creta che si usavano una tempo.
Dal fondo dell’ambiente, proseguendo sulla parte destra e quindi sulla sinistra, sono rappresentate le sette opere di misericordia corporale, di cui abbiamo accennato prima.
In fondo al Paesino c’è qualcosa che ci ha stupiti. Il Circolo “Il Longobardo “. I Longobardi, infatti, ebbero con il Molise un rapporto speciale. Probabilmente si riconoscevano nelle loro natura verde, nei loro ampi spazi, nel suo clima mai affannoso che forse ricordava loro le verdi terre che avevano abbandonato tanti anni prima. L’arma più diffusa era lo scamax, cioè la spada di origine sassone, corta ad un solo taglio che si allarga verso la punta. Vi sono, inoltre, armi, spesso lunghe, dritte a due tagli, archi, pugnali, coltelli, scudi nei loro elementi metallici superficiali, con la borchia centrale chiamata ambone o oplon.

In fondo, sull’unica strada centrale del Paese, uno spiazzo rende onore al milite ignoto con un eroe di marmo, e da la visione di tutte le montagne intorno, alte 1200 metri circa, ricoperte da una lussureggiante vegetazione di un verde smeraldo.

Il pranzo, al Laghetto, l’oste, dal nome Mirko, ci gratificò alla fine delle consumazioni, di un indimenticabile granita di genziana, tra il verde della zona con tante cascatelle e ruscelletti che avevano un colore verde diverso, indimenticabile.
