Larino e la carrese dei fiori

Il nome Larino deriva dalla sede che i Frentani avevano scelto per i loro Lari, che in etrusco, primi abitatori della zona, ha il significato di Padri, mentre, in latino, Focolare. Ossia gli spiriti protettori della casa.

I primi abitatori, nel XII secolo a.C., furono gli Osci che chiamavano la zona Frenter, l’antica capitale Anxanum, cosa che fa di Larino la città più antica di tutto il Molise.

La città successivamente subì un incendio e il suo nome era Larinod, poi Larinum ed infine Larino.

Veduta aerea di Larino

La sua origine data l’ottavo secolo prima di Cristo, ed è quella cittadina che si erge su uno sperone che si affaccia sulla valle del Biferno, a pochi kilometri dal lago di Guardialfiera.

A seguito delle guerre sannitiche la città venne conquistata dalla repubblica romana nel 319 a.C e divenne una res pubblica mantenendo una propria autonomia rispetto alle altre città frentane. Il nome fu modificato nel latino Larinum, ossia il luogo dove i Frentani ebbero i Lari.

Durante la seconda guerra punica, 218-202 a.C., fu teatro di battaglie tra l’esercito di Annibale, accampato nella vicina Gerione, e Fabio Massimo, dittatore a Larinum.

Dopo la caduta dell’impero romano, la dominazione dell’Italia meridionale da parte dei Longobardi (VI-X secolo d.C.) influenzò la vita di Larino, che divenne parte integrante del Ducato di Benevento, conservando una certa autonomia giuridica garantita dalla presenza di un Conte. Infatti essa era a capo di una delle 34 contee in cui era suddiviso il Ducato di Benevento.

La data tradizionale dell’842, associata alla memoria della traslazione delle reliquie del patrono San Pardo dalla città di Lucera a Larino, sancisce l’esito definitivo dell’antica città romana, posta sulla collina e facilmente raggiungibile dalle incursioni saracene ed ungare provenienti dalla costa, verso la vallata sottostante più nascosta e posta su uno sperone roccioso difeso naturalmente.

Stemma di Larino
Gonfalone di Larino

Lo stemma comunale raffigura un’ala d’argento in campo azzurro. Il gonfalone è costituito da un drappo azzurro.

Con decreto del primo gennaio 2000 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferisce al comune il titolo di città, considerato che Larino possiede il tribunale, la sede vescovile e il primo seminario diocesano del mondo cattolico.

Prima di recarmi nella casa di campagna, l’estate era vicina, desidero però parlarvi di questa cittadina, come già detto la più antica del Molise, i Larinesi sostengono nata 500 anni prima di Roma, alla quale son rimasto legato, fin da ragazzo, per molti motivi.

Larino

Come mugnaio, perché nelle sue piane, che degradano verso la Puglia, si produce la maggior quantità e qualità di grano duro della regione e, con mio padre, quasi ogni giorno, durante il raccolto, attraversavamo la città per incontrare i commercianti che gestivano per noi gli acquisti del grano necessario al nostro impianto molitorio di Corso Bucci.

Poi, perché il primo albo per Dottori commercialisti era stato registrato a Larino, mi son dovuto iscrivere qui, e solo molto più tardi a Campobasso. Inoltre, perché il tribunale di Larino era più competente, con una valente classe forense, di paesi più importanti economicamente.

Villa Zappone

Di più, guardavo ammirato le bellissime ville, tra cui la villa Zappone e l’antico anfiteatro Romano che si trova a lato della piana di Piano San Leonardo del paese, a dimostrazione dell’importanza che la città aveva assunto grazie alla sua posizione geografica favorevole ed alle condizioni economiche dei suoi abitanti.

Anfiteatro romano

La costruzione dell’Anfiteatro, come è noto, è degli anni compresi tra l’80 ed il 150 d.C., durante la dinastia dei Flavi, a struttura mista, in parte costituita da strutture murarie sopraelevate nel tufo: la sua forma è ellittica, con quattro porte di cui, quella Nord è detta “ Porta dei Gladiatori, che consentiva l’accesso del corteo che prevedeva i giochi e l’entrata e uscita dei gladiatori vincenti. La porta Sud quella dei vinti. Le porte ovest ed est erano riservate all’accesso ed uscita degli spettatori che venivano anche dai paesi vicini.

Molte sere, con mia moglie, partecipavo agli interessanti spettacoli che si tenevano nei mesi di Luglio, e spero che il Sindaco riprenderà, quest’anno, dopo la pandemia del covid 19, le rappresentazioni di una volta.

Inoltre a Larino, va ammirata la cattedrale di san Pardo, consacrata nel 1320, che è considerata uno dei più significativi esempi d’architettura religiosa del XIII e XIV secolo dell’Italia Centrale. Il maestoso portale, incorniciato da un pseudo protiro, riccamente e variamente scolpito, è sostenuto da tre colonnine sovrapposte sulle quali sono scolpiti fusti con motivi diversi.

Cattedrale di San Pardo

Nella lunetta inserita nel timpano è rappresentata la Crocefissione. La figura centrale è quella del Gesù crocifisso, confortato da un angelo. Alla sinistra della Croce vi è la Vergine Maria, alla destra San Giovanni.

Di particolare rilievo, inoltre, è il rosone a 13 raggi, al centro del quale si trova l’Agnello mistico. Lo stesso è circoscritto da bassorilievi raffiguranti gli animali, simbolo dei quattro evangelisti.

Rosone

L’interno si suddivide in tre facciate di lunghezza e larghezza differenti . Sulla navata di destra sono stati rinvenuti affreschi trecenteschi che rappresentano Santa Orsola, tra le vergini ed i santi.

Di gran pregio il coro in noce ed il trono vescovile. L’altare maggiore custodisce l’urna con le spoglie di San Pardo di cui ho raccolto queste notizie.

Nell’arena del grande anfiteatro, tre giovani fratelli, Primiano, Firmiano e Casto, erano raccolti in preghiera. Intorno a loro una folla di oltre sessantamila persone si preparava ad assistere ad uno straziante spettacolo. All’improvviso, dalla fossa al centro dell’arena, entrano in scena dei leoni. L’ordine dell’imperatore Diocleziano era chiarissimo : Sterminare i Cristiani.

Quei fratelli non erano dei semplici cristiani, ma degli evangelizzatori processati, condannati a morte, ed ora inermi e rassegnati davanti a quelle belve feroci. Tra lo stupore di tutti i presenti, i leoni invece non li attaccano, anzi si ammansiscono e quasi li venerano. Il miracolo è dell’anno 393 d.C.

SS. Martiri di Larino

Pardo ed i suoi due fratelli attraversano la porta Nord, quella riservata ai gladiatori vittoriosi, ma ne escono da condannati a morte. Vengono condotti, infatti, al tempio di Marte per essere decapitati, un triste destino tale da ricordarli però come martiri

Con l’imperatore Costantino, dopo l’esito di Ponte Milvio e l’editto di Milano del 313 d.C., il cristianesimo sarà finalmente libero di affermrsi in tutto il mondo.

La chiesa fondata dai tre Martiri larinesi in quella loro città che, al tempo faceva più di trentamila abitanti, non è stata edificata quindi invano. Diventerà, nel corso dei due secoli successivi, un’importante sede vescovile.

Le reliquie dei Martiri, dopo le incursioni saracene del 972. erano ancora incustodite. Ne approfittarono gli abitanti di Lesina, città della Daunia, dove, ancor oggi, son venerati come patroni della città lacustre.

Accortisi del furto, i larinesi si dirigono verso Lesina, ma presso Lucera si imbattono in una sepoltura, a sua volta abbandonata. La lapide, nell’agro lucerino, recita : “San Pardo vescovo “. Riportano quindi le sue spoglie a Larino, su un carro addobbato di Fiori.

Proprio in virtù della sua festa, nella villa Zappone e nelle tante corolle di inflorescenze, è possibile ritrovare le tracce di questo passato.

Palazzo Ducale

Altri siti sono il Palazzo Ducale, sede del Municipio e della Biblioteca, nelle cui ale si possono ammirare tre splendidi mosaici risalenti al II e III secolo d.C. Il Palazzo ducale fu realizzato dai Normanni in forma quadrata tra il 1100 ed 1200, con una torre angolare a Nord-Est.

Nel teritorio, poi, dell’antica Larino si svolse uno dei pricipali episodi della guerra tra Roma e Cartagine. Annibale aveva posto il suo accampamento invernale a Gerione e Fabio massimo in un breve colle dell’agro Frentano, secondo alcuni sul monte Arona, secondo altri a Quercia dello Zucchero o sotto il colle di Montorio.

Ruderi di Gerione

Quinto Fabio Massimo era stato eletto “ dittatore “ e incaricato di dirigere la guerra, Gerione era un antico castello ad oltre tre miglia da Larino, che non riuscì a resistere al condottiero cartaginese. I suoi abitanti furono passati a fil di spada e le loro case bruciate.

Mentre i due eserciti erano schierati, quinto Fabio fu costretto a recarsi a Roma per partecipare ad alcune cerimonie sacre; in sua vece lasciò il comando a Minucio che, desideroso di conseguire un successo personale, accortosi che i Cartaginesi erano andati a cercare vettovaglie in Chiatagrande ed in valle Ceraso, iniziò la battaglia prima che Fabio tornasse, attaccando i nemici nella Conca ed al Ricavolo, nei pressi della Guarenza. Ma sarebbe stato sopraffatto se un bojanese (Numerio Decimo) non fosse sopraggiunto a soccorrerlo assieme ad un esercito di 8.000 fanti Sanniti, nutriti da una schiera di Larinenses. La vittoria gli meritò l’elogio del Senato ma rese più accorto il Cartaginese che- nascosti 5.000 dei suoi soldati nella Valle del Ricavolo e del Cigno- attese la rivincita. Per ingannare il capitano romano occupò la vallata del Cavalcabove, un monticello “ intercastra Minucii et Poenorum “, dal cui possesso stimò che dovesse dipendere l’esito della battaglia. Perciò i Cartaginesi mantenevano fintamente quella posizione, impegnandosi- con tutto l’esercito- in una aspra battaglia. Era quello che Annibale desiderava; cosicché, mentre la mischia era ancora accesa, fece sbucare dalla valli del Ricavolo e del Cigno i soldati che aveva nascosto, ed accerchiò i Romani.

Valle del Ricavolo

La sconfitta sarebbe stata disastrosa se Fabio Massimo, ritornato da Roma, non avesse riordinato le milizie in fuga presso il colle delle Cese, sollevando da una sconfitta l’imprudente Minucio e costringendo Annibale a richiamare il suo esercito negli accampamenti. Il Cartaginese perseverò nelle proprie mire anche quando il comando dei Romani fu assunto dai consoli Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo, ma senza ottenere risultati. Perciò, quando non poté più procurarsi vettovaglie nelle contrade locali, ebbe a lasciare quei luoghi a primavera avanzata ed attese i Romani a Canne dove li sconfisse il 2 agosto del 216 a.C.. Ma, persino dopo la debacle, i Larinesi ( con i Frentani ) rimasero fedeli a Roma e, più tardi, approvvigionarono l’esercito di Claudio Nerone che, -al Metauro- vinse Asdrubale, fratello di Annibale.

Asdrubale

Tra i dodici pretori della Lega italica figurava Aulo Terenzio Avito, padre del Cluenzio difeso da Cicerone. Infatti, nel 91 a.C. fu a capo dei Larinati contro Lucio Cornelio Silla. Oggi il suo nome è legato, morendo a Nola da eroe nella principale strada della onomastica del centro storico di Larino.

La Pro Cluentio Habito

Marco Tullio Cicerone

La pro Cluenzio Habito è l’arringa tenuta da Cicerone quarantenne, nel 66 a.C., dinanzi al tribunale di Larino competente per crimini da veneficio.

L’arringa in difesa del larinense Aulo Cluentio Habito è una delle più lunghe e complesse orazioni pervenuteci e verosimilmente non fu pronunziata in una unica udienza; si ritiene, inoltre, che essa sia stata in un primo momento appuntata e che solo più tardi l’autore abbia rivisto il testo prima della diffusione.

L’intervento di Pino Miscione, rievocando la suddetta orazione, ci riporta al presente lanciando la proposta all’amministrazione frentana di dedicare un monumento all’Arpinate che, vincendo la causa, ha consentito all’antica città romana di rimanere, in perpetuo, nella storia della letteratura latina.

Il processo si svolse al centro della società di Larino, che aveva assunto lo staus di municipium all’indomani della guerra sociale, durante la quale si era schierata, però, dalla parte di Mario ed aveva, quindi, subito la terribile repressione di Silla.

I Cluenzii appartenevano al rango equestre ed erano una delle famiglie più facoltose ed in vista della Zona. Aulo Cluenzio Abito, il padre del cliente di Cicerone, ebbe per moglie Sassia, una donna di osceni costumi, la quale, rimasta vedova, sposò in seconde nozze il genero Aulo Melino, dopo avergli fatto ripudiare la moglie Cruenzia. Lo fece poi uccidere, al tempo delle proscrizioni sillane, da Stazio Oppianico, che sposò in terze nozze. A questo punto seguì “ una serie impressionante di omicidi, avvelenamenti, aborti procurati, falsificazioni di testamenti per la caccia alle eredità, dato che era la molla del denaro che spingeva Oppianico ad uccidere.

Sassia, desiderosa di di impossessarsi della ricca proprietà di suo figlio Aulo, avuto dal primo marito, propose a Stazio di ucciderlo con del veleno. Aulo Cluenzio citò, allora, Stazio in giudizio con l’accusa di tentato veneficio ed egli fu condannato all’esilio. Ma scoppiò uno scandalo, poiché tramite Sassia si sparse la voce che l’accusatore Cluenzio avesse corrotto i magistrati nel processo e di conseguenza fu degradato dai censori. Si trattò di un processo molto “chiacchierato”, perché i giudici, sospettati di essersi lasciati corrompere, erano stati attaccati di fronte al popolo, dal tribuno della plebe Quinzio, difensore di Oppianico, contro cui Cicerone rivolse amare parole.

Nel 66 a.C., a distanza di otto anni, il figlio di Stazio, nel frattempo morto in esilio, guidato forse da Sassia, che tentava di attirare contro il figlio la collera degli dei in tutti modi possibili, anche mediante pratiche magiche, accusò Aulo Cluenzio di aver fatto avvelenare il patrigno. Cicerone ne assunse la difesa, ottenendo con successo l’assoluzione di Cluenzio dal reato di veneficio.
Il lungo resoconto dei misfatti di Oppianico ha nell’orazione la funzione di dimostrare che Cruenzio era solo l’innocente vittima di una persecuzione e di una serie di manovre per procurare la sua rovina, dettate dall’odio smisurato della propria madre snaturata e del patrigno, le cui personalità sono tratteggiate con tinte fosche e drammatiche. Cicerone nel finale fa leva sull’auctaritas e la gravitas dei giudici, affinchè smestiscano, con un verdetto improntato ai principi dell’equitas, l’offesa e l’infamia da cui risultano ormai macchiati.

Pro Cluenzio

La Pro Cluenzio, anche se non in maniera esplicita, costituisce una preziosa testimonianza della dilagante corruzione, della violenza nelle forze che si disputavano il potere. Il 66 a.C. era , infatti, l’anno in cui Cicerone rivestiva la carica di pretor e cercava appoggi per raggiungere il consolato, a cui ambiva. Non a caso la Pro Cluenzio è l’orazione che Quintiliano cita, con maggior frequenza, nel trattato dedicato alla formazione dell’oratore, attingendone esempi dal difensore.

L’orazione di difesa si articola in 202 paragrafi ed ha una struttura bipartita, che è chiara sin dall’esordio. La prima parte è incentrata sul motivo dell’invidia e sull’ostilità che si è abbattuta su Cluenzio: la seconda è afferente al crimine di veneficio di cui l’uomo è accusato Solo dopo aver sgombrato il campo dai pregiudizi sul suo cliente, Cicerone passa alla trattazione della causa. L’espediente retorico maggiormente utilizzato da Cicerone, cioè la tecnica che gli permette di distrarre i giudici da quelli che potevano apparire gli aspetti più critici per Cluenzio, ai fini dell’assoluzione, è detto apopllanesis: esso consiste nel deviare costantemente l’attenzione dell’ascoltatore dagli argomenti sfavorevoli. Cicerone, dopo aver vinto la causa, si sarebbe anche vantato di aver ottenebrato la mente dei giudici.

La notorietà di Aulo si deve a Cicerone, oggi ritenuto l’oratore per antonomasia, tra i più celebri avvocati dell’antichità, di cui avvalse il noto larinate che fu accusato di veneficio. La strada più importante del centro di Larino, porta il suo nome.

Luminarie Larino

C’è pure questa altra attrazione : il fascino particolare di Via Cluenzio, lo struscio estivo e soprattutto la notevola presenza dei giovani che amano frequentare la Larino medioevale con i suoi tanti bar dove ritrovarsi, in attesa delle luminarie di Natale che hanno avuto un enorme succeso, anche tra i forestieri che non conoscevano la città frentana, innanzi tutto per la più nota e millenaria festa in cui si celebra, nel mese di maggio, il Santo Patrono San Pardo, il 26 Maggio.

Via Cluenzio

Infine ricordo i tanti amici, fra cui l’avvocato Aurelio De Gennaro, sposato a Campobasso con l’erede della famiglia Correra, direttore dell’Istituto bancario Larinese, che non c’è più, assieme i suoi fratelli.