Nella serata dedicata al principe Paolo Francone di Ripabottoni, il 28 Aprile u.s., il fratello dell’On. Di Lisa, intervenendo sulla opportunità di evidenziare i tanti eventi storici della nostra Regione, dopo avermi dato una copia omaggio della guida Turistica del Molise, mi ha pregato di continuare a tenere mensilmente, nelle sale del Pastificio La Molisana, gli interessanti incontri programmati.
Debbo, quindi, chiedere scusa se fra i castelli, a suo tempo descritti, non ho inserito il Castello di Gambatesa, perché riportato come elegante dimora nobiliare.
Il paese di Gambatesa, che dista 30 chilometri dal capoluogo della Regione, e solo a 10 chilometri dalla Daunia, segna quindi il confine tra la Puglia ed il Molise.

Si affaccia sul lago artificiale di Occhito, con una diga di terra battuta molto estesa, generata dallo sbarramento del fiume Fortore, che nato nel Beneventano da quattro ruscelli, nei pressi di Montefalcone, sfocia a Serracapriola nel mare Adriatico, dopo aver attraversato il Molise.
Il suo nome proviene da un difetto fisico del primo proprietario, ed il feudo fu retto dalla famiglia omonima il cui rappresentante si chiamava Alterius Gambatesus.
Una antica tradizione attribuisce la costruzione di Gambatesa alla volontà di Federico Barbarossa, in origine forse abbazia, con annesso monastero. Distrutta dal terremoto del 1279, fu fatta ricostruire dal conte Riccardo di Gambatesa, verso il 1313, uomo di fiducia della corte Angioina di Napoli.

Riccardo di Gambatesa, non avendo eredi maschi, ma solo due femmine, Sibilla e Margherita, quando nacque il suo primo nipote Riccardello, figlio di Sibilla e Giovanni Monforte, ottenne che al cognome paterno si aggiungesse anche quello di Gambatesa, dando così inizio alla nuova casata Monforte Gambatesa.
Con la conquista del regno di Napoli da parte degli Spagnoli, il feudo passò, nel 1484, ad Andrea di Capua, duca di Termoli, da cui il nome del castello, La famiglia Caracciolo, invece, fu l’ultima ad avere il feudo fino al 1806.

La sagra delle “Maitunate”, oltre ad essere il Capodanno musicale più antico del Molise, coinvolge anche l’intera popolazione.
Si svolge dalla sera del 31 dicembre alla sera del primo Gennaio di ogni anno, ed ha, come palcoscenico, la piazza, il vicolo, la soglia delle case di amici, parenti ed autorità.
Le maitunate, eseguite dal cantore e da un gruppo di suonatori, sono un componimento poetico improvvisato, e gli argomenti sono i più svariati, col cantare sempre i vizi e le virtù di grossi e piccoli personaggi, di belle ragazze e gentili signore, accentuandone l’aspetto umoristico od il comportamento, il tutto condito da molte trame, aggiungendo, in tal modo, peste corna di ogni componente della famiglia.
Terminata la maitunata, viene sempre aperta la porta ed offerto dolci e spumante ai gruppi, tra abbracci ed auguri per il nuovo anno.
Tutte le squadre, in particolare, portano quello strumento che è il simbolo della manifestazione : “ il Bufù “, molto noto per la sua ritmica coinvolgente.

Il Bufù è lo strumento musicale monopelle, costituito da una botte di legno, con il fondo chiuso, ed una canna che si fa entrare ed uscire. Lo strumento così produce un suono cupo caratteristico, quando la canna viene azionata con un panno umido, in modo da far vibrare la pelle.

Una delle ulteriori attrazioni del paese è il Castello di Capua. Un maniero medievale, non più elencato come fortezza anche per la mancanza di torri e merli, ma trasformato in elegante dimora signorile ed a Museo d’opere d’arte.
Il castello, posto sull’altura del colle Serrone, al centro del paese, ha subito, lungo i secoli, molte trasformazioni, così da passare da maniero fortilizio a eccentrica residenza nobiliare. E’, infatti, un monumento veramente unico che si caratterizza per la presenza nel suo interno di diversi affreschi ben conservati, commissionati da Vincenzo di Capua, ed eseguiti nel 1550 da Donato Decumbertino, allievo del Vasari.

L’identità del pittore, delle cui origini e formazione si conosce ben poco o nulla, con quella del dotto e sapiente committente, discendente dalla importante famiglia napoletana dei di Capua. Sembrano così i dipinti le uniche certezze di un ciclo di affreschi enigmatici, e per certi versi astrusi, suscettibili di molteplici e difformi interpretazioni.

La storia del loro ritrovamento è molto particolare. Basti pensare che quasi tutta la parte affrescata del castello era adibita a deposito di materiali in disuso e gli affreschi, posti sui muri dei relativi ambienti, erano stati celati per secoli dietro uno strato di calce. Solo in tempi più o meno recenti, in seguito ad un accurato lavoro di restauro, sono tornati alla luce, e , solo oggi, visibili al pubblico.
Il programma iconografico delle pitture del Decumbertino si snoda, infatti, attraverso la narrazione di storie mitologiche, intrecciate a figure allegoriche che si fondono a paesaggi naturali o fantastici e vedute di centri abitatati.
Nell’atrio : Amori di Zeus, L’ Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro Bianco
Alcune scene, inoltre, sono tratte dal poema di Ovidio “Le Metamorfosi “, sempre nell’atrio, e costituiscono il preludio a richiami iconografici ispirati al mito di Aracne e Minerva (impressi nella graziosa sala delle Maschere), oppure al controverso amore tra Apollo e Coronide. Nello studiolo, ( probabilmente una camera da letto ) è invece possibile osservare frammenti del mito di Amore e Psiche, associati all’immagine virile del semidio Eracle che cattura il toro di Creta.
Di grande pregio storico è anche la veduta della Basilica di San Pietro in Roma e del ponte Milvio come apparivano nella prima metà del ‘500, con la cupola in costruzione, e le arcate.

Si tratta di raffigurazioni uniche nel loro genere non essendoci, con l’esclusione di alcune piccole stampe, immagini che rappresentano i lavori in corso sulla cupola in tale periodo storico. Con molta probabilità, Decumbertino, nel suo soggiorno a Roma, ha visto con i propri occhi i cantieri della grande fabbrica di San Pietro e ne ha riprodotto a Gambatesa un modello che, seppur non fedelissimo alla realtà, rappresenta una dimostrazione del fatto che è senz’altro un unicum.

Sala del camino : Nella parte di fronte la celebrazione di Giovanni di Capua, noto per aver salvato la vita al Re Ferdinando dì Aragona nell’anno 1485.
Lo studio degli affreschi di Gambatesa testimonia come la storia di un piccolo borgo, in alcuni casi, incrocia quella dei grandi personaggi dell’arte e della architettura, a dimostrazione del fatto che esistono tante piccole realtà custodi di grandi patrimoni culturali, patrimoni che non sono fatti solo d’arte, ma abbracciano altre peculiarità, non ultima quella gastronomica.

Sala del Pergolato : la battaglia di Otranto nel 1480, durante la quale perse la vita Matteo di Capua.

Salone delle Virtù : celebrazione delle Virtù di Vincenzo di Capua, carità, fortezza, prudenza, giustizia, pace e fede.
Non a caso, la vista del castello è quasi sempre seguita da una sosta in uno dei tanti ristoranti presenti sia nel borgo che nel territorio circostante. Una occasione da non perdere per assaporare le tante squisite specialità locali.