Il Matese e l’oasi WWF di Guardiaregia e Campochiaro

Il Matese è una montagna antica, la sua storia è affascinante. Circa cinque milioni di anni fa, le spinte tettoniche iniziarono a sollevare le rocce formatesi sul fondo di un caldo mare tropicale, il tempo cioè dei dinosauri, l’era Mesozoica.

Per effetto di quelle spinte, le rocce si sollevarono fino a generare alte montagne, così come raccontano le vaie forme delle rocce, le faglie che tagliano da parte a parte il massiccio montuoso.

Nella profondità di questo monte, la natura ha scavato grotte, inciso forre, spianato campi e creato depressioni. Il nome del monte, sicuramente osco, potrebbe derivare dal termine Matuta, dea che simboleggiava il mattino.

Ma la geologia è di casa su tutto il Matese, come sulle ventose creste della Gallinola, dove si rinvengono spettacolari fossili di rudiste giganti. Valli, colline e montagne di questa terra conoscono, fin dai tempi remoti, i passi dell’uomo, come attesta il giacimento paleolitico di Isernia.

Alla fine della prima età del ferro, mentre la costa tirrenica era interessata da insediamenti greci, le zone interne erano di competenza etrusca, che facevano di Capua il loro centro principale, avviando la formazione d’una civiltà urbana che interessava soprattutto l’entroterra campano. Il Matese, invece, era la roccaforte dei Sanniti, popolo tenace che qui resistettero a lungo alla forza dirompente di Roma.

Ciro

Qui, negli anni settanta, venne rinvenuto il fossile di un cucciolo di dinosauro, lo Scipionix samniticus, soprannominato Ciro, famoso in tutto il mondo.
In epoca tardo-antica, su queste terre passarono Goti e Vandali, poi i Longobardi, che si insediarono nelle aree interne dove esistono ancora monumenti e grotte dedicate al culto di San Michele Arcangelo. Potremmo dire, quindi, che il Matese porti il segno della presenza longobarda. A Sant’Angelo in Grotte, a 1050 metri d’altezza, esiste ancora un circolo Longobardo, con appeso alle pareti le loro armi, le loro armature.

Qui passarono Normanni, Svevi e Angioini : edifici, borghi, grotte rupestri, sono segni di splendori ma anche di alterne vicende. Il Matese è una montagna da percorrere e vivere. Tra le sue valli si respirano duemila anni di storia.

Lago del Matese

Nel corso del V secolo a.C., dai monti a Nord dei Monti Abruzzesi, discese una popolazione italica diretta verso più fertili pianure, attestandosi al di sotto dell’Irpinia. Erano i Sanniti che occuparono tutto l’entroterra, spingendosi fino a Neapolis e Pompei.

I Sanniti, secondo Tito Livio, erano un popolo feroce, battagliero e predatore. Questa descrizione fa pensare ad un popolo arroccato sui monti e dedito alla pratica della pastorizia, ma con un maggior grado di civilizzazione rispetto ad altre popolazioni.

I Pentri, di antica origine ellenica, erano una delle quattro maggiori tribù che costituivano il popolo dei Sanniti, insieme ai Caudini, Irpini, Carrecini. Il loro nome ha una radice simile al Celtico. Pen che significa sommità e Pentri, quindi, significherebbe di sicuro il popolo dei monti, con il raffinato sito di Pietrabbondante. E’ da ricordare, però, questa civiltà che i romani hanno quasi completamente cancellato. Le guerre sannitiche si protrassero dal 343 al 290 a.C., ma con non poche sconfitte da parte Romana, specie negli scontri di gruppi in avanscoperta.

Lago di Gallo

Una montagna è come una biblioteca. Ci si può viaggiare dentro ed è una scoperta continua, di valle in valle, di cima in cima. E’ come un libro da leggere e rileggere con le sue vicende.
Dal monte Miletto (Mons Militum), massima elevazione del massiccio (m.2050), si possono vedere tre laghi : Lago Matese, lago Gallo e quello di Letino, dove è possibile scorgere lontri, per pescare trote, triotti. I tre laghi danno vita ad un meraviglioso habitat naturale e le valli, in cui si collocano, sono le più belle di tutto l’Appenino.

Santuario della Madonna del Castello

Sollevato da potenti spinte tettoniche, il calcare del Matese ha ospitato alcuni dei fenomeni carsici più eclatanti dell’intero Appennino. Vi sono anfratti e luoghi ameni , con maestose faggete, dove pascolano mandrie e greggi, galoppano cavalli allo stato brado.

Castello di Letino

Il lago Matese, che è il lago carsico più alto d’Italia, raccoglie le acque del Monte Miletto e della Gallinola. Il lago di Gallo e di Letino, invece, si formano bloccando il corso del fiume Lete e del fiume Sava.
Il comune di Letino, premiato con la bandiera arancione per meriti turistici, ha un poderoso castello dell’XI secolo a 1200 s.l.m. e nelle mura il Santuario della Madonna del Castello. Le donne in occasione delle festività, indossano, ancor oggi, i costumi del tempo passato. Gli abitanti facevano parte dei Sanniti Pentri, combattevano con loro. Ora Letino è passato nel Casertano, come il paese più alto della provincia.

Letino – donne in costume festivo tradizionale

Proprio qui, tra i faggi e gli aceri, che in autunno arrossano il versante dei monti, è possibile incontrare il lupo. E’ l’ultimo rappresentante dei grandi predatori che un tempo popolavano questi luoghi. Combattuto dai contadini e pastori, è tornato ad essere presente nel parco regionale del Matese, in base alla legge regionale n.33 del 1993, entrata in funzione nel 2002.

Ma la padrona incontrastata dei cieli è l’aquila, che è tornata a nidificare negli anfratti delle alte pareti calcaree. Con un po’ di fortuna la si può osservare mentre veleggia alla ricerca di prede, grazie alla sua leggendaria vista, avvistando lepri, pernici, volpi, tassi, ghiridi.

Logo del WWF

Il termine WWF corrisponde alle parole inglesi Word Wildlife fund ( for nature ). Organizzazione internazionale, non governativa, costituita a Gland, presso Losanna, nel 1961, ed in Italia nel 1966 : Oasi WWF, per la tutela delle specie animali a rischio di estinzione.
Il Panda, l’orsetto sui generis, è il simbolo internazionale per la conservazione della Natura.

Ponte sulle gole del Quirino

L’oasi WWF di Guardiaregia e Campochiaro è riconosciuta come riserva Regionale a tutela di spettacolari paesaggi carsici, come il canyon del Torrente Quirino, la cascata di San Nicola, la grotta del Pozzo della neve, e il Cul di Bove, che sono i più profondi abissi d’Europa.

E’ ampia 3135 ettari, ed è una delle oasi più grandi e selvagge in gestione del WWF.
La riserva è caratterizzata dalla presenza di tre ambienti naturali : le gole. del già nominato torrente Quirino, con le cascate di San Nicola, il monte Mutria e l’area carsica di Campochiaro.

Le gole del torrente Quirino formano una profonda incisione tra il centro e l’abitato di Guardiaregia e le alture circostanti con la lunghezza di 4 km, dagli 800 metri s.l.m., a circa quota 600 metri s.l.m. della chiesa di Santa Maria ad Nives.
Le cascate di San Nicola raggiungono un’altezza totale di 100 metri, ma in regime stagionale. E’ priva d’acqua nei mesi estivi di luglio agosto.

Torrente Quirino – cascate di San Nicola

Monte Mutria, invece, la massima cima della riserva ( 1823 metri s.l.m.) è ricoperta da una fitta faggeta con alberi con oltre cinquecento anni, dove i cormorani si rifugiano la notte.

L’oasi di Guardiaregia-Campochiaro, istituita come Riserva Naturale, regolamentata nel 2010, è oggi la seconda oasi WWF più grande d’Italia.
Sono presenti, oltre al lupo, gatti selvatici, tassi, scoiattoli, cinghiali, nibbi bruni , aquile reali.
Dal 10 agosto 2020, anche un cervo maschio di 4 anni.

Tra i luoghi più belli e suggestivi, vi è il Santuario di Ercole a Campochiaro, riflettente la Spiritualità dei Sanniti Pentri, fortunati perché, da quel posto, potevano godere di un panorama scenografico unico.

Santuario di Ercole

Ma il massiccio carbonatico del Matese, sotto un profilo speleologico riserva più sorprese di quanto è dato immaginare. Essendo la montagna di origine carsica, l’acqua, nei millenni, è riuscita a scavare vere e proprie strade sotterranee, creando percorsi di una indicibile bellezza. L’avventura del WWF molisano ha avuto inizio nel 1986, con poche persone, vedendo e copiando gli speleologi Abruzzesi che avevano dimostrato di aver saputo districarsi con le Mainarde.

Nel 1955, venne scoperto, ad opera di un gruppo di speleologi romani, l’ingresso del Pozzo della neve. La meravigliosa grotta, la quarta in Italia con oltre 9.000 metri di profondità. A causa di sifoni d’acqua, venne esplorata inizialmente solo sino a 110 m di profondità, successivamente nel 1972, nel 1985 e 1988, ed ancor oggi è oggetto di discese geologiche.

Pozzo della neve – abisso dei sogni

Qui, tra il 2008 ed il 2010, sono stati organizzati tre campi attivi che hanno risvegliato l’entusiasmo esplorativo di molti speleologi anche stranieri, come i polacchi.
Aperta nella faggeta di Costa Carpine, la Grotta del pozzo della neve, per la sua bellezza viene definita oggi l’Abisso dei Sogni, la grotta dei Padri Carismatici, con più leggende che scale.

Grotta Cul di bove

A poca distanza, il che fa pensare ad un’area comune, vi è la Grotta di Cul di Bove, profonda 913 metri con un sviluppo spaziale di 3900 metri. L’ingresso, una Grotta a Costa del Carmine, è a 1390 metri s.l.m., ma la grotta è lunga e tecnicamente molto difficile. Molto bella, fa sognare, ma bisogna attraversare con le corde ben tre laghi per conoscerla e capire dove si può arrivare, se hai coraggio.