Avevo intenzione di visitare l’abbazia di Montecassino con l’architetto Franco Valente, amico dell’abate Donato Ogliaro, anche per ricordare che l’abbazia di Montecassino, dal 1699 si era occupata della amministrazione dell’Abbazia di San Vincenzo al Volturno, ma ho ritenuto di rinunciarvi al momento , poiché il Covid 19, ora delta-omicron, troppo pericoloso per la mia età. Ma, facendo parte dell’ordine di San Gregorio Magno, mi servirò dei suoi dialoghi per tentare di riportarne le notizie storiche.

San Benedetto, nato di aristocratica famiglia, discendente dalla famiglia Anicia, padre Eutropio, console e capitano dei Romani, madre Claudia Abbondanza dei Requardati, nasce verso l’anno 480 a Norcia, città umbra, insieme alla sorella gemella Scolastica, come negli scritti di Papa Gregorio Magno, suo conterraneo, negli anni 593-594.
Nato, quindi, di nobile famiglia, pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. Lo attendeva però una grande delusione; non vi trovò altro, purtroppo, che giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio.
Era ancora in tempo. Aveva posto un piede sulla soglia del mondo. Lo ritrasse immediatamente indietro : Aveva compreso che anche una parte di quella vita mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi.
Abbandonò con disprezzo gli studi ed i beni paterni e partì alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva nel cuore un’unica ansia : quella di piacere soltanto a Lui. Aveva imparato, sapientemente, però, la scienza di Dio.
Abbandonati dunque gli studi letterari, Benedetto decise di ritirarsi in un luogo solitario. La nutrice Cirilla che gli era teneramente affezionata, non volle distaccarsi da Lui e, sola sola ottenne di poterlo seguire. E partirono.
Giunti alla località chiamata Enfide, quasi costretti dalla carità di molte generose persone, dovettero interrompere il viaggio ; presero così dimora presso la chiesa di San Pietro.
Qualche giorno dopo, la nutrice ebbe bisogno di mondare un po’ di grano e chiese alle vicine che volessero prestarle un vaglio di coccio. Avendolo però lasciato sbadatamente sul tavolo, per caso cadde e si ruppe in due pezzi. Ed ora ? L’utensile non era suo, ma ricevuto in prestito : cominciò disperatamente a piangere.
Il giovanotto, religioso e pio com’era, alla vista di quelle lacrime, presi i due pezzi del vaglio rotto, se ne andò a pregare e pianse. Quando si alzò dalla preghiera, trovò al suo fianco lo staccio completamente risanato, senza un minimo segno d’incrinatura. Non c’è più, disse, consolando dolcemente la nutrice –Il vaglio rotto eccolo qui, è sano !
La cosa però fu risaputa da tutto il paese e suscitò tanta ammirazione che gli abitanti vollero sospendere il vaglio all’ingresso della chiesa; doveva far conoscere ai presenti, ed ai posteri, con quanto grado di grazia Benedetto, ancor giovane, aveva incominciato il cammino della perfezione.
Il vaglio restò lì per molti anni, a vista di tutti, fino al tempo dei Longobardi, appeso sopra la porta della chiesa.

Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo, bramava piuttosto sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di questa vita. Proprio per questo prese la decisione di abbandonare anche la sua nutrice e, nascostamente, fuggì. Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia, località ricca di fresche ed abbondantissime acque, che prima si raccolgono in un ampio lago e poi si trasformano in fiume.
Penso sia il caso, dopo il primo miracolo, citarne i suoi altri in ordine numerico, decrivendone poi i particolari, in seguito.
Il secondo : Ruppe un bicchiere pieno di veleno, mentre lo benediceva con il segno della croce
Il terzo : Salvò un uomo che stava per affogare, trasformandosi in un’altra persona.
Il quarto : Leggeva la mente dei suoi Monaci
Il quinto :Resuscitò un Bambino.
Il sesto: Mosse una pietra enorme con la sua preghiera.
Il settimo: Esorcizzò un demonio ostinato.
L’ottavo : Non si sorprese dell’inganno del diavolo
Il nono :Il Santo chiese che i monaci scavassero un buco profondo. In questa buca trovarono una statua antica di un idolo di bronzo.
Il decimo : Per caso uno dei monaci pose la statua dell’idolo in cucina. Subito dopo scoppiò un incendio che la devastò. Chiamarono San Benedetto che, sorprendentemente, disse che non vedeva alcun fuoco: Egli pregò, quindi, perché i monaci fossero liberati da quell’inganno del Diavolo. E così fu.
Mentre si affrettava dunque, a passi svelti, verso questa località, si incontrò per via con un monaco di nome Romano, che gli domandò dove andasse.
Conosciuta la sua risoluzione, gli offrì volentieri il suo aiuto. Lo rivestì quindi dell’abito santo, segno della consacrazione a Dio,lo fornì del poco necessario secondo le sue possibilità, e gli rinnovò la promessa di non dire il segreto a nessuno.
In quel luogo di solitudine, l’uomo di Dio si nascose in una stretta e scabrosa spelonca. Rimase nascosto lì dentro tre anni e nessuno seppe mai niente, fatta eccezione del monaco Romano. Questi dimorava in un piccolo monastero non lontano, sotto la guida del padre Adeodato, e, cercando il momento opportuno, sottraeva una parte della sua porzione di cibo ed, in giorni stabiliti, la portava a Benedetto.
Dal monastero di Romano però non era possibile camminare fino allo speco, perché sopra di questo si stagliava una altissima rupe. Romano, quindi, dall’alto di questa rupe, calava abilmente il pane con una lunghissima fune, a cui aveva aggiunto un campanello : l’uomo di Dio sentiva, usciva fuori e lo prendeva.
Il bene però non piace allo spirito maligno : sentiva rabbia della carità dell’uno e della refezione dell’altro. Un giorno, osservando che veniva calato il pane, scagliò un sasso e ruppe il campanello. Romano però rimaneva lo stesso, come meglio poteva, a prestare questo generoso servizio.
Dio però, che tutto dispone, volle che Romano sospendesse la sua laboriosa carità e più ancora volle che la vita di Benedetto diventasse luminoso modello agli uomini: questa splendente lucerna posta sopra il candelabro, doveva ormai irradiare la sua luce a tutti quelli che sono nella casa di Dio.
Per questo il Signore stesso si degnò di trovarne la via. Un certo sacerdote che abitava parecchio distante. si era preparata la mensa del giorno di Pasqua. All’improvviso ecco una visione, è il Signore che parla: Tu ti sei preparato cibi deliziosi, e va bene: ma guarda là, vedi quei luoghi? Lì c’è un mio servo che soffre la fame.
Il buon sacerdote balzò in piedi e nello stesso giorno solenne di Pasqua, raccolti gli alimenti che aveva preparato per sé, volò nella direzione indicatagli .Cercò l’uomo di Dio tra i dirupi dei monti, tra le insenature delle valli e tra gli antri delle grotte: lo trovò finalmente nascosto nella spelonca.
Tutti e due lodarono prima di tutto il Signore, innalzando a Lui, benedizioni e preghiere. Sedettero poi, insieme, scambiandosi dolci pensieri sulle cose del cielo.
Ora, disse il sacerdote, prendiamo un po’ di cibo, perché oggi è Pasqua. Oh si, rispose Benedetto, oggi è proprio Pasqua per me, perché ho avuto la grazia di vedere te. Così lontano dagli uomini, il servo di Dio ignorava persino che quel giorno fosse la solennità di Pasqua. e così, con la lode di Dio sulla labbra, desinarono. Finita poi la refezione e scambiata qualche altra parola, il sacerdote fece ritorno alla sua chiesa.
Poco tempo dopo anche alcuni pastori scoprirono Benedetto nascosto dentro lo speco. Avendolo intravisto in mezzo alla boscaglia, coperto di pelli, credettero sulle prime che si trattasse di una bestia selvatica. Ma riconosciutolo come vero servo di Dio, molti di essi, che veramente erano pari alle bestie, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita.
In seguito a questi fatti, la fama di Lui si diffuse in tutti i paesi vicini. E le visite sempre più divennero frequenti: gli portavano cibi per sostenere il suo corpo, ripartendo col cuore ripieno di sante parole, almeno di vita per l’anima loro.

Tentazione e vittoria.
Un giorno, mentre era solo, ecco presentarsi il tentatore. Era sotto forma di uccello piccolo e nero, un merlo; svolazzava intorno al suo corpo e insistente ed importuno gli sbatteva le ali sul viso, tanto che, se avesse voluto, l’avrebbe potuto affermare con le mani. Fece un segno di croce e l’uccello si allontanò.
Ma appena scomparso il merlo, lo invase una tentazione impura così forte come il santo non aveva provato mai. Un tempo, egli aveva veduto una donna e ora lo spirito maligno turbava con triste ricordo la sua fantasia. E fiamma sì calda il diavolo suscitò nell’animo del servo di Dio con quella appariscente bellezza, che egli non riusciva più a contenere il fuoco dell’amore impuro e già, quasi vinto, stava per decidersi ad abbandonare lo speco. Fu un istante illuminato dalla grazia del cielo, ritornò improvvisamente in se stesso. Visti, lì presso, rigogliosi e densi cespugli di rovi e di ortiche, si spogliò delle vesti e si gettò nudo tra le spine dei rovi e le fogli irritanti delle ortiche.
Si rotolò a lungo là in mezzo e quando ne uscì era lacerato per tutto il corpo: ma con gli strappi della pelle aveva scacciato dal cuore la ferita dell’anima, al piacere aveva sostituito il dolore, quel bruciore esterno imposto volutamente per pena, aveva estinto la fiamma che ardeva all’interno, e così mutando l’incendio, aveva vinto l’insidia del peccato.
Da quel giorno in poi, come egli stesso in seguito confidava ai discepoli, fu talmente domato l’incendio della sensualità, da non sentirlo affatto mai più.
Dopo ciò, molti abbandonando la vanità del mondo, accorrevano gioiosi sotto la sua disciplina e, giustamente, libero ormai dalla insidia della tentazione, egli poteva farsi per gli altri maestro di sante virtù.
Gli eletti, quindi, finché sono nel periodo delle tentazioni, è meglio che stiano in sott’ordine, che prestino i servizi e si affatichino nell’obbedienza e nel lavoro, quando poi nell’età più matura il calore delle tentazione scompare, allora essi diventano custodi dei vasi sacri, diventando guide e maestri delle anime.
Superata dunque la tentazione, l’uomo di Dio, sempre con più abbondanza dava frutti vigorosi di virtù, proprio come avviene in un terreno mondato dalle spine e ben coltivato. Conduceva una vita veramente santa, e per questo la sua fama si andava divulgando dovunque. Non molto lontano dallo speco viveva una piccola comunità di religiosi, il cui superiore era morto di recente. Tutti insieme questi uomini si presentarono al venerabile Benedetto e lo pregarono insistentemente perché assumesse il loro governo. Il Santo uomo si rifiutò a lungo, con fermezza, soprattutto perché era convinto che i loro costumi non si sarebbero potuti mai conciliare con le sue convinzioni. Ma alla fine, quando proprio non potè più resistere alla loro insistenza, acconsentì.
Li seguì dunque nel loro monastero. Cominciò subito a vigilare attentamente sulla vita regolare e nessuno si poteva permettere, come prima, di flettere a destra o a sinistra dal diritto sentiero dell’osservanza monastica. Questo li fece stancare ed indispettire, e, stolti come erano, si accusavano a vicenda di essere andati proprio loro a sceglierlo per loro abate, la loro stortura cozzava troppo contro la norma della sua rettitudine.
Si resero conto che sotto la sua direzione le cose illecite non erano assolutamente permesse e d’altra parte le inveterate abitudine non se la sentivano davvero di abbandonarle; è tanto difficile voler impegnare per forza a nuovi sistemi anime di incallita mentalità.
E cosa purtroppo notoria che chi si comporta male trova sempre fastidio nella vita dei buoni e così quei malvagi si accordarono di cercar qualche mezzo per togliergli addirittura la vita. Ci furono vari pareri ed infine decisero di mescolare veleno nel vino, e a mensa, secondo la loro usanza, presentarono all’abate, per la benedizione, il recipiente di vetro che conteneva la mortale bevanda.
Benedetto alzò la mano e tracciò il segno della croce.
Il recipiente era sorretto in mano ad una certa distanza : il santo segno ridusse in frantumi quel vaso di morte, come se al posto di una benedizione vi fosse stata scagliata una pietra. Comprese subito l’uomo di Dio che quel vaso non poteva contenere che una bevanda di morte, perché non aveva potuto resistere al segno che dona la vita. Si alzò sull’istante, senza alterare minimamente la mitezza del volto e la tranquillità della mente, fece radunare i fratelli e disse semplicemente così : Io chiedo al signore che voglia perdonarvi, fratelli cari: ma come mai vi è venuto in mente di macchinare questa trama contro di me ? Vi avevo detto che i nostri costumi non si potevano accordare: vedete se è vero ? Adesso dunque basta così, cercatevi pure un superiore che stia bene con la vostra mentalità, perché dopo questo fatto, non me la sento di rimanere con Voi.

E se ne tornò alla grotta solitaria che tanto amava, ad abitare lì, solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che, dall’alto, vede ogni cosa.
Nella sua solitudine Benedetto progrediva senza interruzione sulla via della virtù e compiva miracoli. Attorno a sé aveva radunato molti al servizio di Dio onnipotente, in sì gran numero, che, con l’aiuto del Signore Gesù Cristo vi poté costruire dodici monasteri, a ciascuno dei quali prepose un abate, destinandovi un gruppetto di dodici monaci. Trattenne con sé alcuni pochi ai quali credette opportuno dare personalmente una formazione più completa.
Anche alcuni nobili e religiosi romani cominciarono ad accorrere a Lui per affidargli i propri figli, perché li educasse al servizio di Dio onnipotente. Tra questi Eutichio gli affidò il suo Mauro ed il patrizio Tertullo il suo Placido : due figlioli veramente di belle speranze.
Mauro, essendo già adolescente e dotato di serie abitudini, divenne subito l’aiutante del maestro. Placido, invece, era ancora bambino, con tutte le caratteristiche proprie di quella età.
In uno di quei monasteri che aveva costruito nei contorni, c’era un monaco che non era mai capace di restare alla preghiera; tutte le volte che i fratelli si radunavano per fare orazione, quello prendeva la via dell’uscita e, con la mente svagata, si occupava in faccenduole materiali di nessuna importanza. Il suo abate l’aveva già richiamato diverse volte; alla fine lo condusse dall’uomo di Dio, il quale pure lo rimproverò assai aspramente di tanta leggerezza. Ritornò al monastero, ma l’ammonizione fece presa su di lui per un paio di giorni; il terzo giorno, ritornato alle vecchie abitudine, ripigliò nuovamente a gironzolare durante il tempo della preghiera. L’abate riferì nuovamente la cosa al servo di Dio. Questi rispose : Adesso vengo, e ci penserò io stesso a mettergli giudizio.
Giunse Benedetto in quel monastero. Nell’ora stabilita, proprio mentre i monaci, finita la recita dei salmi, si applicavano alla meditazione, egli osservò che una specie di fanciulletto, piccolo e nero, traeva fuori quel monaco che non era capace di stare in preghiera, tirandolo per il lembo del vestito. Domandò allora sottovoce all’abate del monastero che si chiamava Pompeiano, e al servo di Dio Mauro: Vi siete mica accorti chi è che tira fuori questo monaco ? Risposero: No Padre ! Egli soggiunse. Preghiamo perché anche voi possiate vedere a chi egli vada dietro? Dopo due giorni di preghiera, il monaco Mauro lo vide, Pompeiano, invece, non vide niente.
Il giorno dopo, uscito dall’oratorio al termine della preghiera, il servo di Dio incontrò il monaco che stava fuori; allora lo frustò aspramente con una verga: era l’unico rimedio per la leggerezza di quella mente !
Da quel giorno in poi non fu mai più influenzato dalla suggestione del piccolo negro, ma perseverò fermo e raccolto nell’orazione. E l’antico nemico non osò più influenzare il suo pensiero, come se quelle frustate le avesse subite personalmente lui.

Tra i monasteri che aveva costruiti, ce n’erano tre situati in alto tra le rupi dei monti e per i poveri fratelli era molto faticoso dover discendere tutti giorni al lago per attingere l’acqua; tanto più che il fianco della montagna era tagliato a precipizio. C’era da aspettarsi prima o poi qualche grave pericolo per chi discendeva. Si misero dunque d’accordo i monaci dei tre monasteri e si presentarono al servo di Dio. “Noi – dissero – dobbiamo scendere tutti i giorni fino al lago per prendere l’acqua e questo lavoro sta diventando un po’ troppo difficoltoso; noi saremmo del parere che i nostri tre monasteri siano trasferiti altrove “ Egli li consolò con dolcezza e con un sorriso li congedò.
Nella stessa notte, preso con sé quel piccolo Placido, salì su quei ripidi monti, e si fermò lungamente a pregare.
Terminata la preghiera, collocò tre pietre, come segno e senza che nessuno si accorgesse di nulla, fece ritorno al suo monastero.
In uno dei giorni seguenti, i monaci tornarono da Lui per sentire cosa avesse deciso. Rispose : “ Andate qua sopra, su questi monti, e dove troverete tre pietre poste l’una sull’altra, lì scaverete un poco. A Dio onnipotente non manca la possibilità di far scaturire acqua anche sulla cima di questa montagna, degnandosi di liberarvi dalla fatica di un viaggio tanto pericoloso. Andate ! “
Partirono e trovarono la rupe del monte che Benedetto aveva descritta: era già tutta trasudante acqua. Vi scavarono una buca che subito rigurgitò di acqua e questa scaturì così abbondante che fino ad oggi copiosamente scorre lungo le pendici, scendendo fino a valle.
Si era presentato a chiedere l’abito monastico un Goto. Era un pover’uomo di scarsissima intelligenza, ma servo di Dio, Benedetto lo aveva accolto con particolare benevolenza.
Un giorno, il Santo gli fece dare un arnese di ferro che, per somiglianza ad una falce, viene chiamato falcastro, perché liberasse dai rovi un pezzo di terra che intendeva poi coltivare ad orto. Il terreno, che il Goto si accinse immediatamente a sgomberare, si stendeva proprio sopra la ripa del lago. Quello lavorava vigorosamente, tagliando con tutte le forze cespugli densissimi di rovi, quando, ad un tratto, il ferro sfuggì via dal manico e andò a finire nel lago, proprio in un punto dove l’acqua era così profonda da non lasciare alcuna speranza di poterlo ripescare.
Tutto tremante per la perdita dell’utensile, il Goto corse dal monaco Mauro, rivelandogli il danno che aveva fatto e chiese di essere punito per questa colpa. Mauro ebbe premura di far conoscere l’incidente al Servo di Dio e Benedetto si recò immediatamente sul posto, tolse dalla mani del Goto il manico e lo immerse nelle acque. Sull’istante il ferro dal profondo del lago ritornò a galla e, da se stesso, si andò ad innestare nel manico. Rimise, quindi, lo strumento nelle mani del Goto, dicendogli: “ “Ecco qui, seguita pure il tuo lavoro e stattene contento. “

Un giorno, mentre il venerabile Benedetto sedeva nella sua stanza, il piccolo Placido, uscì ad attingere acqua nel lago. Immergendo sbadamente il secchiello che reggeva per mano, trascinato dalla corrente cadde anche lui nell’acqua e l’onda lo travolse trasportandolo lontano da terra, quasi quanto un tiro di freccia.
L’uomo di Dio, benché dentro la cella, si accorse immediatamente del fatto. Chiamò in gran fretta Mauro e gli gridò “ Corri, fratello Mauro, corri, perché Placido che è andato a prender acqua, è cascato nel lago e le onde già se lo stanno portando via”.
Avvenne, allora, un prodigio meraviglioso, che dopo Pietro apostolo non era successo più.
Chiesta e ricevuta la benedizione, Mauro si precipitò volando ad eseguire il comando che il Padre gli aveva espresso e, convinto di camminare ancora sulla terra, corse sulle acque fin dove si trovava il fanciullo, trascinato dall’onda. Lo acciuffò per i capelli e poi, a corsa veloce, ritornò indietro. Non appena toccato terra, rientrato in sé, si volse, vide e capì di aver camminato sull’acqua. Sbalordito di aver fatto una cosa che non avrebbe mai presunto di poter fare, fu preso da spavento e si affrettò a raccontare ogni cosa al Padre.
Benedetto attribuì subito il prodigio alla pronta obbedienza di lui. Mauro invece insisteva che tutto era potuto accadere soltanto per il comando di Lui. E che egli non era affatto responsabile di quel miracolo in cui era stato protagonista, senza mai accorgersene.
In questa questa amichevole gara di umiltà, si frappose il fanciullo che era stato salvato: Mentre venivo salvato dall’acqua ” disse”, io vedevo sopra il mio capo il mantello dell’abate e sentivo che era proprio lui stesso che mi tirava a riva.

In tutte le zone circostanti alla dimora del Santo si era andato sviluppando un grande fervore religioso verso il Signore Gesù Cristo, nostro Dio, e molti abbandonavano la vita del secolo per curare la superbia del cuore sotto il giogo leggero del Redentore.
Purtroppo però c’è stato sempre il triste costume dei cattivi di urtarsi della virtù che altri hanno e che essi non si curano di avere
Un prete di una chiesa vicina, di nome Fiorenzo –antenato di Fiorenzo, già suddiacono del nostro monastero – istigato dallo spirito maligno, cominciò a bruciare d’invidia per i progressi virtuosi dell’uomo di Dio, a spargere dubbi sulla sua santità ed a distogliere quanti poteva dall’andarlo a trovare. Si accorse però che non solo non poteva impedirgli i progressi ma che anzi la fama della sua santità si diffondeva sempre più e che molti, proprio per questa reputazione di santità sceglievano la via della perfezione.
Per questo si rodeva sempre più per l’invidia e diventava ognor più cattivo, anche perché avrebbe voluto anche lui le lodi per una condotta lodevole, senza però vivere una vita lodevole.
Reso ormai cieco da quella tenebrosa invidia, progettò infine un’orrenda decisione: inviò al servo dell’onnipotente Signore un pane avvelenato, presentandolo come pane benedetto e segno di amicizia.
L’uomo di Dio lo accettò con vivi ringraziamenti, ma non gli rimase nascosta la pestifera insidia che il pane celava.
All’ora della refezione veniva abitualmente dalla vicina selva un corvo e beccava poi il pane dalle mani di Lui.
Venne anche quel giorno e l’uomo di Dio gli gettò innanzi il pane che aveva ricevuto in dono dal sacerdote, e gli comandò: “ In nome del Signore Gesù Cristo, prendi questo pane e buttalo in un luogo dove nessun uomo lo possa trovare”
Il corvo, spalancato il becco ed aperto le ali prese a svolazzare intorno a quel pane e crocidando pareva volesse dire che era pronto ad eseguire il comando, ma una forza glielo impediva.
Il servo di Dio dovette ripetutamente rinnovare il comando: “Prendilo, prendilo senza paura a vallo a portare dove non possa trovarsi mai più. Dopo aver ancora a lungo esitato, finalmente l’afferrò col becco, lo sollevò e volò via.
Tornò circa tre ore dopo, senza più il pane, e allora come sempre prese il suo cibo dalla mano dell’uomo di Dio.

Il venerabile Padre comprese da questa vicenda quanto l’animo del sacerdote si accanisse contro la sua vita e ne provò un immenso dolore, non tanto per sé, quanto per il povero sventurato.
Intanto però Fiorenzo, visto che non era riuscito a uccidere il Maestro nel corpo, macchinò di rovinare nell’anima i suoi discepoli. A tale scopo fece entrare nell’orto del Monastero sette fanciulle nude che tenendosi per mano e danzando a lungo sotto i loro occhi, dovevano accendere nel loro animo impuri desideri. Si accorse di questo il santo e temette seriamente che i discepoli, ancor teneri nello spirito, avessero a cadere. Capì benissimo però che tutto questo era diretto a perseguitare Lui solo. Ed allora credette più opportuno cedere alla gelosia altrui: sistemò ben bene l’ordinamento dei monasteri che aveva costruiti, costituendo i superiori ed aggiungendo altri fratelli, poi, portando con sé alcuni monaci, partì, per andare ad abitare altrove.
Ma l’uomo di Dio si era appena allontanato evitando umilmente l’odio di quell’uomo, che Dio Onnipotente non tardò a punire colui con un castigo spaventoso. Stava, difatti, questi sul suo terrazzo tutto gongolante di gioia alla notizia che Benedetto era partito, quando, ad un tratto, mentre il resto dell’edificio restava in piedi, il terrazzo dov’era lui precipitò, stritolando tra le macerie il nemico di Benedetto. Il discepolo Mauro credette opportuno comunicare la notizia al venerabile Padre, che forse non era lontano più di dieci miglia di strada. Gli mandò dunque a dire: “ Torna indietro, Padre, perché il prete che ti perseguitava è morto “.
Udendo la notizia l’uomo di Dio scoppiò in un direttissimo pianto, sia perché era morto il nemico, sia perché il discepolo se ne era rallegrato.
Anzi, allo stesso discepolo impose poi una bella penitenza, perché nel mandargli questo annuncio, aveva osato essere troppo lieto per la scomparsa del nemico.
Il santo uomo dunque aveva preso la decisione di cambiare dimora, ma non poté mutare il nemico. In seguito, infatti, non solo dovette sostenere lotte ancora più gravi, ma si trovò davanti a combatterlo apertamene , a tu per tu, quello stesso maestro del male. Il paese di Cassino è situato sul fianco di un alto monte, che aprendosi accoglie questa cittadella come una conca, ma poi continua ad innalzarsi per tre miglia, slanciandosi la vetta verso il cielo. C’era in cima un antichissimo tempio, dove la gente dei campi, secondo gli usi degli antichi pagani, compiva superstiziosi riti in onore di Apollo. Intorno vi crescevano boschetti, sacri ai demoni, dove ancora in quel tempo, una fanatica folla di infedeli vi apprestava sacrileghi sacrifici.
Appena l’uomo di Dio vi giunse, fece a pezzi l’idolo, rovesciò l’altare, sradicò i boschetti e, dove era il tempio di Apollo, eresse un Oratorio in onore di S. Martino e dove era l’altare sostituì una cappella che dedicò a San Giovanni Battista.
Si rivolse poi alla gente che abitava lì intorno e con assidua predicazione la andava invitando alla fede.
L’antico nemico, però, non poté tollerare questa attività e non più occultamente o in sogno ma con palesi apparizioni prese a disturbare la tranquillità del Padre. Con alte grida si lamentava della violenza che subiva ed i suoi urli giungevano fino alle orecchie dei fratelli, pur senza vederne la figura.
Egli stesso poi, il venerando Padre, raccontava ai suoi discepoli che l’antico nemico gli appariva davanti agli occhi orridissimo e furibondo, e con bocca ed occhi di fuoco faceva mossa di lanciarglisi contro. Quello poi che diceva, qualche volta potevano udirlo tutti: prima lo chiamava per nome e siccome il Santo non dava risposta, si sfogava allora con furiose contumelie: Urlava a gran voce : “ Benedetto! Benedetto !, ma aspettando invano una risposta, subito soggiungeva: Maledetto, non Benedetto! Si può sapere che hai con me? Si può sapere perché mi perseguiti “.
Ma di queste lotte del nemico contro il servo di Dio ne dovremo ancora vedere parecchie altre. Esso scatenò contro con tutte le forze una spietatissima guerra, senza accorgersi che, suo malgrado, gli prestava l’occasione di altrettante vittorie.
Un giorno, mentre i monaci stavano costruendo gli ambienti del monastero, capitò proprio là in mezzo una grossa pietra e pensavano di adoperarla per la costruzione. Ci provarono prima in due, poi in tre, ma non riuscirono a sollevarla, ci provarono in parecchi, ma niente da fare; quella rimaneva lì immobile, come se avesse radici piantate a terra. “ Qui ci deve essere seduto lo spirito maligno in persona – ragionarono quei monaci – ; possibile che tante braccia d’uomo non riescono a spostarla ? “
Visto ormai vano ogni tentativo, si pensò di mandare uno dal servo di Dio, pregandolo che venisse a scacciare con una preghiera il nemico e dar così la possibilità di sollevare il macigno. Accorse subito, fece orazione, diede una benedizione ed il sasso fu sollevato con tanta facilità come se non avesse più peso.

Subito dopo l’uomo di Dio ordinò che in quello stesso punto scavassero la terra. Penetrando molto in profondità, i fratelli scoprirono un idolo di bronzo, lo gettarono per il momento in cucina e si misero al lavoro. All’improvviso fu vista uscire dalla cucina una fiammata, sotto gli occhi di tutti i monaci; sembrava che bruciasse l’intero edificio. Con alte grida di spavento cominciarono a gettare acqua, tentando di spegnere il fuoco: Colpito da questo frastuono il servo di Dio accorse sollecito. “ Ma quale fuoco vedete ? –esclamò- esiste soltanto nei vostri occhi : io non vedo proprio niente “. Chinò il capo e pregò. Invitò poi i monaci illusi da quel fuoco immaginario che guardassero un po’ meglio ; i muri della cucina erano intatti e solidi e le fiamme illusorie dell’antico nemico non si vedevano più.
Un’altra volta i monaci stavano sopraelevando una parete perché l’edificio lo esigeva e l’uomo di Dio se ne stava chiuso nella sua stanzetta, intento all’orazione. Gli fece innanzi, beffardo, l’antico nemico e lo avvisò che andava a fare una visitina ai monaci al lavoro.
Con la massima celerità, l’uomo di Dio mandò di corsa uno dei suoi ad avvisare i monaci. “ Fate attenzione, fratelli sta arrivando proprio adesso il maligno “. Il messo non aveva neanche finito di parlare che il maligno spirito, rovesciando la parete in costruzione, aveva seppellito e schiacciato sotto le macerie un piccolo monaco, figlio di un impiegato di curia. Pieni tutti di grave costernazione e tristezza, non per la parete crollata, ma per il monacello schiacciato, si affrettarono a dare con lacrime di profondo dolore la notizia al venerando Padre Benedetto.
“Andatelo a prendere e portatemelo qui, ordinò il Padre. Ma non fu possibile trasportarlo se non sopra una coperta, perché i sassi della parete precipitata non solo gli avevano pestata la carne, ma anche schiacciate le ossa. L’uomo di Dio fece deporre nella sua stanzetta sopra la stuoia, dove egli soleva pregare; poi licenziati i fratelli, chiuse la porta e si buttò in ginocchio a pregare con insistenza, come mai aveva fatto sinora.
Ed ecco il Miracolo ! Entro la stessa ora egli rimandò al lavoro il fanciullo sano e robusto come prima, perché insieme agli altri monaci terminasse la costruzione della parete.
Con la morte di questo fanciullo, l’antico nemico si era illuso di prendersi beffa di Benedetto.
Fu in questo tempo che il Signore si degnò di insignire il suo servo del dono della profezia : prediceva avvenimenti futuri ed annunciava ai presenti cose e persone anche lontane.

Gli aneddoti sono tanti :
Il Cibo preso dai monaci in uscita, trasgredendo la regola. Cosa che Benedetto contestò, concedendo però il perdono.
Il fratello del monaco Valentiniano che non si presentò a digiuno dal Santo Padre, per la benedizione. Con ciò comprese che, anche lontano, Benedetto avrebbe sempre saputo che non avrebbe mantenuto la promessa fatta, in seguito al terzo invito.
La simulazione del Re Totila. Totila fece rivestire il suo scudiero dei suoi abiti reali, ma san Benedetto riconobbe che non era lui, profetizzandogli, poi, che avrebbe regnato per nove anni ma, al decimo, sarebbe morto.

Il chierico liberato dal demonio. Nella chiesa di Aquino un chierico era sempre tormentato dal Demonio. La condussero dunque dal Santo. Gli disse di non mangiare carne e di non adire agli ordini sacri, perché nello stesso giorno sarebbe tornato in balia del demonio. Passati però molti anni, dimentico della profezia, il chierico venne ripreso dal demonio che lo fece morire.
Profezia al nobile amico Teoprobo, sulla distruzione prossima del suo monastero ad opera di barbari, e suo pianto. ( Zotone nel 577 )
Il furto del bariletto di vino. Un certo Esilarato, che era stato suo monaco, inviò a San Benedetto due bariletti di vino. Il servo ne consegnò solo uno. Al ritorno, attenzione disse Benedetto, dal bariletto rubato ci sarà una sorpresa. Quando il servo aprì il bariletto, uscì una serpe
Il Fazzoletto delle monache. Un monaco, terminata la piccola conferenza accettò dalla monache alcuni fazzoletti, che non doveva accettare , nascondendoli nel seno. Al ritorno il servo di Dio lo rimproverò per l’iniquità, avendo indovinato la loro presenza sul seno, ed il monaco chiedendo perdono, trasse i fazzoletti che aveva nel petto.
Il Pensiero superbo del piccolo monaco. Questi non riteneva giusto mantenere la lucerna mentre San Benedetto, all’ora del vespro, prendeva un poco di cibo, dicendo in cuor suo : “ E chi è costui che io debbo assistere, reggendogli la lucerna, e prestargli servizio.” Il servo di Dio lo prese a rimproverare e chiamati altri monaci, ordinò che gli togliessero la lucerna.
La farina alle porte del monastero. Una grande carestia era sopravvenuta in quei tempi e una grande penuria di alimenti era sopravvenuta anche nel monastero di Benedetto. Il grano era finito : i pani erano già stati consumati e quel giorno alla refezione non erano rimasti che cinque. Il venerabile Padre osservò i loro volti non troppo sereni e disse .”Oggi è vero, ce n’è poco, ma domani vedrete quanta abbondanza ne avremo !” Il giorno seguente si trovarono, davanti alla porta del monastero, duecento sacchi di farina. I fratelli resero infinite grazie al Signore e, dopo quella prova, impararano a non dubitare mai più della Provvidenza.
Le monache riconciliate per mezzo del Sacrificio.
Non lontano dal suo monastero, due religiose, appartenenti a famiglie nobili, vivevano l’osservanza religiosa nella loro casa. Per le cose necessarie all’esterno prestava loro servizio un buon uomo, molto religioso e zelante. Queste due religiose, insomma, non avevano stretto bene i freni della propria lingua, provocando insolentemente quel pio uomo che le serviva e che, alla fine, si rivolse all’Uomo di Dio. Questi disse” Tenete a freno la Vostra lingua, altrimenti vi tolgo la comunione.” Queste però continuarono, ma di lì a pochi giorni morirono e furono sepolte in chiesa. Successe che tutte le volte che si celebrava la Messa solenne, la loro vecchia nutrice le vedeva uscire dal loro sepolcro e uscire di chiesa. Si ricordò di quanto aveva detto l’uomo di Dio e lo informò di quello che avveniva. Questi le diede di sua mano, un’offerta, dicendo “ Andate e fate offrire per loro al Signore questa oblazione e saranno sciolte dalla scomunica. E così fu.
Il Piccolo monaco fuggitivo.
Il monaco e il dragone.
Il debitore pagato.
La bottiglia che non si rompe.
L’anfora vuota riempita d’olio.
Il monaco liberato dal demonio.
Un grande liberatore. Un Goto che mandava al Creatore tutti i cattolici che incontrava.
Il fanciullo resuscitato.
Il miracolo di sua sorella Scolastica.
La visione del mondo e dell’anima del vescovo Germano.
La pazza risanata nello Speco.
La regola monastica, Ora e Labora
Il Passaggio all’eternità.
Per non appesantire la lettura di quanto scritto, penso di limitare la descrizione al miracolo di sua sorella Scolastica: Egli aveva una sorella di nome Scolastica, che, fin dall’infanzia si era anche lei consacrata al Signore. Essa aveva l’abitudine di venirgli a fare visita, una volta all’anno, e l’uomo di Dio le scendeva incontro, non molto fuori della porta, in un possedimento del Monastero.
Un giorno, dunque, venne ed il suo venerando fratello le andò incontro con alcuni discepoli. Trascossero la giornata intera nelle lodi di Dio ed in santi colloqui, e, quando cominciava a calare la sera, presero un po’ di cibo. Si trattennero ancora a tavola e con il prolungarsi dei santi colloqui, l’ora si era protratta più del consueto.
Ad un certo punto la pia sorella gli rivolse questa preghiera : “ Ti chiedo proprio per favore, non lasciarmi per questa notte, ma fermiamoci fino al mattino, a pregustare, con le nostre conversazioni, le gioie del cielo “. Ma egli rispose “ Ma che dici mai, sorella ? Non posso assolutamente pernottare fuori del Monastero “.
La serenità del cielo era totale, non si vedeva all’orizzonte neanche una nube.
Alla risposta negativa del fratello, la religiosa poggiò sul tavolo la mano a dita conserte, vi poggiò sopra il capo, e si immerse in profonda orazione. Quando sollevò il capo dalla tavola, si scatenò una tempesta di lampi e tuoni, insieme con un diluvio d’acqua, in tale quantità che né il venerabile Benedetto, nè i monaci ch’erano con lui, poterono metter piedi fuori dell’ abitazione.
La santa donna, reclinando il capo fra le mani aveva sparso sul tavolo un fiume di lacrime, per le quali l’azzurro del cielo si era trasformato in pioggia. Neppure nell’ intervallo di un istante il temporale seguì alla preghiera : ma fu tanta la simultaneità tra le preghiere e la pioggia, che ella sollevò il capo dalla mensa insieme ai primi tuoni; fu un solo e identico momento sollevare il capo ed il precipitare della pioggia.
“Che Dio onnipotente ti perdoni, sorella benedetta, ma che hai fatto ?” si lamentò Benedetto. Rispose Lei: “ Vedi, ho pregato te e non mi hai voluto dar retta, ho pregato il mio Signore e Lui mi ha ascoltato. Adesso esci pure, se gliela fai e me lasciami qui e torna al tuo monastero “ E così trascorsero tutta la notte vegliando e si riempirono l’anima di sacri discorsi, scambiandosi a vicenda esperienze di vita spirituale.
E non c’è niente da meravigliarsi che una donna, desiderosa di trattenersi a lungo con il fratello, in quella occasione abbia avuto più potere di Lui perché, secondo la dottrina di San Giovanni; “ Dio è amore; giustissimo che potesse di più colei che lo amava di più.”
Tre giorni dopo, benedetto era in camera a pregare. Alzando gli occhi al cielo, vide l’anima di sua sorella che usciva dal corpo, si dirigeva in figura di colomba, verso le misteriose profondità dei cieli.
Ripieno di gioia per averla vista così gloriosa, rese grazie a Dio Onnipotente, con inni e canti di lode, poi andò a partecipare ai fratelli la sua dipartita. Ne mandò poi alcuni, perché trasportassero il suo corpo nel monastero e lo seppellissero nel sepolcro che egli aveva già preparato per sé.
Avvenne così che neppure la tomba potè separare quelle due anime, la cui mente era stata un’anima sola in Dio.

Il passaggio all’Eternità,
Nell’anno stesso in cui doveva morire, annunciò il giorno del suo beatissimo transito ai suoi discepoli, alcuni dei quali vivevano con Lui ed altri che stavano lontani. Ai presenti ordinò di custodire in silenzio questa notizia, ai lontani indicò esattamente quale segno li avrebbe avvisati che la sua anima si staccava dal corpo.
Sei giorni prima della morte, si fece aprire la tomba. Assalito poi dalla febbre, cominciò ad essere prostrato da ardentissimo calore. Poiché di giorno in giorno la sfinimento diventava sempre più grave, il sesto dì si fece trasportare dai discepoli nell’oratorio, ove si fortificò per il grande passaggio, ricevendo il Corpo ed il Sangue del Signore.
Sostenendo le sue membra, prive di forze, tra le braccia dei discepoli, in piedi, colle mani levate al cielo, tra le parole della preghiera, esalò l’ultimo respiro.
In quel medesimo giorno, a due fratelli, uno dei quali stava in monastero, l’altro fuori, apparve una medesima visione.
Videro una via, tappezzata di arazzi e risplendente di innumerevoli lampade, che dalla sua stanza volgendosi verso oriente si innalzava diritta verso il cielo. In cima si trovava un personaggio di aspetto venerando e raggiante di luce che domandò loro la via che contemplavano. Confessarono di non saperlo. “Questa – è la via per la quale Benedetto, amico di Dio–è salito al cielo, disse egli “.
Così i presenti ed i lontani videro e conobbero in quel segno predetto la morte del Santo.
Fu sepolto nell’oratorio del Beato Giovanni Battista, oratorio che egli aveva edificato, dopo aver distrutto il tempio di Apollo. E fino ai nostri giorni, se la fede degli oranti lo esige, egli risplende per i miracoli anche in quello Speco di Subiaco, dove egli abitò nei primi tempi della sua vita religiosa.

Dopo la sua morte sono state coniate, in memoria, medaglie che riproducevano l’immagine di San Benedetto, con una croce nella mano destra, e la sua Regola per i monasteri, nell’altra mano.
Quindi una sequenza di lettere maiuscole è stata posizionata attorno alla grande figura sul retro della medaglia. Il significato di ciò che significavano le lettere andò perduto nel tempo fino a quando, intorno al 1647, fu scoperto un vecchio manoscritto presso il monastero di St. Michael Abbey a Metten.
EIUS IN OBITVRO PRAE SENTIA MVNIAMUR
C C S
S
N D S M D
M
P L B

Possa la mia santa croce essere la mia luce
Possa il Demonio non essere mai il mio signore
Vade retro Satana
Non tentarmi con le tue vanità
Sono un male quello che mi offri
Bevi tu stesso il tuo veleno
Che possiamo essere rafforzati nell’ora nostra morte
L’abbazia di Montecassino, definita la culla del Monachesimo occidentale, uno dei luoghi di culto più importanti d’Italia, è stata distrutta quattro volte. La prima ad opera di Longobardi del duca di Benevento Zotone, nel 577. La seconda nell’883 quando dovette subire l’assalto di Saraceni. La terza, nel 1349, ad opera di un violento terremoto. La quarta volta ad opera degli Alleati, nella Seconda guerra mondiale, nel 1944, per un errore di trasmissione, ritenendo, nella linea Gustav, questa essere l’ultima difesa dei Tedeschi. Ed è stata sempre ricostruita da eminenti architetti, nella sua iniziale fondazione.

N. B.
Il Monachesimo ha avuto una parte decisiva nella vita economica e sociale del Medio Evo. Quando esso nacque, l’Italia era precipitata nel caos. La dominazione gotica e quella longobarda avevano trasformato la penisola in un immenso deserto di barbarie, cancellando le ultime tracce di una civiltà ormai in avanzato stato di putrefazione In quella specie di necropoli, vide la luce il più straordinario fenomeno : il Monachesimo. Le campagne erano spopolate. I poteri centrali non funzionavano perché nessuno era in grado di farli funzionare. Quelli periferici si erano mutati in strumento d’oppressione. La popolazione italiana si strinse allora attorno ai monasteri. E frattanto i conventi resero il più prezioso di tutti i servizi: il salvataggio dell’eredità di Roma. Furono le biblioteche dei grandi conventi benedettini , infatti, a tramandarci tutte le opere dei Grandi del passato, che sarebbero state travolte dalla furia devastante dei barbari.
La regola di San Benedetto, ora et labora, è stata applicata da tutti i cernobi del mondo ed il papa Paolo VI, nel 1964, lo ha nominato patrono di tutta L’Europa.